martedì, 13 maggio 2008
Ed anche stavolta ci siamo: la stagione cinematografica 2007/2008 volge al termine e come gli anni passati (nei post che trovate incolonnati a sinistra sotto le rispettive voci) per un paio di mesi non si leggerà di altro su queste pagine.

Tuttavia, contrariamente alla tradizione, ho pensato di modificare le modalità di pubblicazione: non più dei post a tema divisi per (fittizie) categorie ma una vera propria “chart countdown” alla stregua di quanto già sperimentato nel classificone musicale di fine anno.
In sostanza, prima un paio di post per discutere dei “peggiori dell’anno” e dei “fuori classifica”, e poi avanti con i titoli che contano risalendo dalla 20 alla 1.

Per chiudere, una piccola nota didascalica per ridefinire invece (per chi non mi conoscesse personalmente) il parametro temporale che ho sempre utilizzato per fare questa graduatoria: i film presi in considerazione sono tutti quelli distribuiti in Italia dal 1° agosto 2007 al 1° luglio 2008, quella che io (ma non sono il solo!) intendo come Stagione Cinematografica.
Non ho mai fatto riferimento all’anno di produzione (sebbene li troverete indicati) ma alla distribuzione italiana, per 2 semplici motivi:
•    A parte rari casi, i ritardi nei lanci delle pellicole negli altri paesi che non siano quello di provenienza, fanno sì che da noi quasi tutti i film targati 2007 (nel caso in questione) arrivino nella prima metà del 2008 rendendo difatti impossibile stilare una classifica di fine anno solare;
•    E’ una (pessima) tradizione culturale del nostro Paese quella che vuole l’interruzione delle distribuzioni che contino nei due mesi estivi (per questo non prendo in considerazione luglio), e ad ogni modo le release della seconda metà di agosto si trovano comunque in sala anche a settembre.

E con questo mi pare tutto, si parte al massimo tra 3-4 giorni con la “flop10”, ovvero i 10 film peggiori della stagione.
Stay tuned!
postato da: countryfeedback alle ore 23:07 | commenti (9)
giovedì, 08 maggio 2008
Affiche-officielle_08Matteo Garrone GOMORRA
Paolo Sorrentino IL DIVO
Clint Eastwood CHANGELING
Steven Soderbergh CHE
Wim Wenders PALERMO SHOOTING
Charlie Kaufman SYNECDOCHE, NEW YORK
James Gray TWO LOVERS
Atom Egoyan ADORATION
Jean-Pierre e Luc Dardenne LE SILENCE DE LORNA
Laurent Cantet ENTRE LES MURS
Nuri Bilge Ceylan ÜÇ MAYMUN
Arnaud Desplechin UN CONTE DE NOËL
Ari Folman WALTZ WITH BASHIR
Philippe Garrel LA FRONTIÈRE DE L'AUBE
JIA Zhangke ER SHI SI CHENG JI
Eric Khoo MY MAGIC
Lucrecia Martel LA MUJER SIN CABEZA
Brillante Mendoza SERBIS
Kornel Mundruczo DELTA
Walter Salles, Daniela Thomas LINHA DE PASSE
Pablo Trapero LEONERA


E tifo innanzitutto per il ritorno della coppia più bella del cinema italiano contemporaneo, Paolo Sorrentino e Toni Servillo, che tornano per la terza volta insieme dopo il fulminante L’uomo in più e il capolavoro Le conseguenze dell’amore.
Ma anche per Matteo Garrone, che sull’onda dei precedenti e bellissimi L’imbalsamatore e Primo amore, prova il colpaccio definitivo affidandosi al libro cult italiano del 2006, quel Gomorra di Saviano (che vive sotto scorta dopo le minacce camorristiche seguite alla pubblicazione del romanzo-nofiction) che ha monopolizzato l’attenzione letteraria della penisola per due anni (1 milione e 200 mila copie vendute solo qui da noi, traduzione in 42 paesi, decine e decine di premi in giro per il mondo).

Dopodiché: Eastwood, Egoyan e i Dardenne, nella speranza che questa sessantunesima rassegna francese ci riservi già solo un quinto dei fuochi d’artificio dello scorso anno, che fu edizione davvero irripetibile (in concorso c’erano Paranoid Park, 4 mesi 3 settimane 2 giorni, Non è un paese per vecchi, Un bacio romantico, Persepolis, Soffio, Zodiac, Death proof, I padroni della notte, Lo scafandro e la farfalla…)
postato da: countryfeedback alle ore 00:19 | commenti (19)
sabato, 03 maggio 2008
Due cose per iniziare:
1) questo è un post lungo, molto lungo;
2) non l’ho scritto io, ma Bruce Springsteen.

Quello che segue è infatti la traduzione del testo dell’orazione funebre tenuta da Bruce il 21 aprile a Red Bank, NJ, durante le esequie di Danny Federici, tastierista nonché membro fondatore della E-Street Band, andato via da questa vita qualche giorno fa.
Nonostante dunque questa sia una procedura anomala per i miei consueti post, ho pensato ugualmente di fare un copia-incolla perché le parole che andrete a leggere (meravigliose e commoventi anche per chi non ha mai ascoltato un pezzo di Springsteen) vanno oltre il contesto in cui sono state pronunciate.
Rappresentano un elogio alla fratellanza, quel tipo profondo di amicizia che non conosce confini e che va al di là di ogni razionale analisi, esattamente diretta in quel posto sicuro dove ognuno di noi può essere certo di trovare conforto, gioia e speranza.

Buona lettura.
E lunga vita a te, Bruce.



Lasciatemi iniziare con qualche storia che risale ai tempi dei miracoli, quei giorni di frontiera in cui “Mad Dog” Lopez e il suo particolare temperamento terrorizzavano la band, i proprietari di piccoli locali, civili innocenti, nonché donne, bambini e animali di piccola taglia. Giorni in cui poteva capitare di vendere la propria vita firmando un contratto sul volante di un’auto parcheggiata a New York. Giorni immediatamente successivi a quello in cui un giovane fisarmonicista dai capelli rossi trovò il suo primo momento di gloria nell’Ora del Dilettante di Ted Mack e fu mandato in Svizzera assieme alla madre per mostrare il proprio talento. Prima che i sederi in bikini fossero sdoganati dalla copertina di Time.

Sto parlando dei tempi in cui la E Street Band era un’organizzazione comunista, quando il pallido, silenzioso e timido Dan Federici era capace di creare guai tra i più grossi della nostra quarantennale carriera. E non era certo un compito facile, visto che doveva competere con “Mad Dog”. Ma Danny lo surclassò.

Forse fu durante gli scontri con la polizia a Middletown, nel New Jersey, in un concerto che tenevamo per tirar su i soldi necessari per tirare “Mad Dog” Lopez fuori dalla galera di Richmond, in Virginia, dopo che aveva avuto un alterco con alcuni poliziotti, aggravato dal fatto che avevamo suonato un po’ troppo a lungo… Secondo un’incerta ricostruzione, Danny rovesciò i nostri grossi amplificatori Marshall addosso alla forza pubblica di Middletown che era salita sul palco perché avevamo infranto la legge… suonando, appunto, troppo a lungo. Mentre io me ne stavo lì impalato ad osservare la scena, alcuni poliziotti riuscirono a divincolarsi da sotto gli amplificatori e corsero a cercare assistenza medica. Uno di loro, invece, arrivò di fronte a me e iniziò a far volteggiare il manganello insultandomi con epiteti piuttosto coloriti. Fu in quel momento che vidi Danny tirato via per un braccio da un piedipiatti ciccione che con l’altra mano teneva Flo Federici, la prima moglie di Dan, che aiutava il suo uomo a resistere all’arresto. A un certo punto, un ragazzino saltò sul palco e distrasse momentaneamente il poliziotto con alcuni clamorosi insulti, mentre Dan Federici – da quel giorno e per sempre “il Fantasma” – si mischiava tra la folla scomparendo.

Un mandato di cattura e un mese di contumacia più tardi, Danny non era ancora stato portato davanti a un giudice. Lo nascondevamo in vari posti finché non si presentò un problema: dovevamo fare un concerto al Monmouth College. Avevamo disperato bisogno di denaro e non potevamo assolutamente disertare lo show. Provammo a sostituire Danny ma non funzionava. Così Dan, per la nostra ammirazione, sbucò fuori dal suo nascondiglio e disse che avrebbe rischiato la propria libertà.

Era la sera del concerto. Duemila fan urlanti nella palestra del Monmouth College. Avevamo organizzato la cosa di modo che Danny non sarebbe apparso sul palco fino al momento in cui avremmo iniziato a suonare. Pensavamo che la polizia che era lì per arrestarlo non l’avrebbe mai fatto durante il concerto, rischiando un nuovo tafferuglio.

Lasciatemi descrivere la scena. Danny era nascosto sul sedile posteriore di una macchina nel parcheggio. Alle otto meno cinque – e cioè all’ora in cui dovevamo iniziare – andai a chiamarlo. Bussai al finestrino: “Danny, forza. È ora”. Da dentro sentii la sua voce: “Non vengo”. “Cosa vuol dire che non vieni?” E lui: “I piedipiatti sono sul tetto della palestra. Li ho visti. Se esco di qui mi beccano in un secondo”. Quando aprii la portiera capii che Danny s’era fumato qualcosa e che dava piuttosto sul paranoico. Gli sussurrai con calma: “Danny, non c’è alcun poliziotto sul tetto”. “Ma io li ho visti”, rispose. “Te lo giuro, li ho visti. Io non vengo”.

Così dovetti utilizzare una proceduura a cui sarei ricorso spesso nei successivi quarant’anni per far ragionare il mio vecchio amico. Lo adulai e lo minacciai. Finalmente uscì fuori. Corremmo dentro la palestra e tenemmo un concerto fenomenale ridendo come ladri al pensiero di come avevamo fregato i piedipiatti. Alla fine dello show, durante l’ultima canzone, invitai sul palco tutto il pubblico e Danny si confuse tra loro uscendo dalla porta principale. Ancora una volta “il Fantasma” era riuscito a squagliarsela. (Mi capita ancora di ricevere ogni tanto delle cartoline dal vecchio capo della polizia di Middletown, in cui invia a me e ai ragazzi i suoi più cordiali saluti. Le nostre storie sono legate a filo doppio per sempre).

E questo, comunque, amici miei, è solo l’inizio.

C’è stato un periodo in cui Danny lasciò la band durante alcune settimane tumultuose al Max’s Kansas City di New York, dopo avermi spiegato che si licenziava per intraprendere la carriera di riparatore di televisori. Gli chiesi di pensarci un po’ su e di ritornare dopo un po’.

E mi ricordo di Danny, al volante della macchina che il gruppo aveva affittato, fare strike con una serie di auto parcheggiate dopo una notte di bagordi, e sbattere la testa al parabrezza salvandosi per via del grosso e duro cappello da cowboy che aveva da poco comprato in Texas.

Oppure di quando lasciò una piantina di marijuana sul sedile anteriore della sua auto in un divieto di parcheggio. Ovviamente, la macchina fu portata via. Danny venne da me e mi annunciò: “Bruce, vado alla polizia a denunciarne il furto”. E io: “Non credo che sia una buona idea”. Ma lui ci andò e ovviamente finì dritto in gattabuia.

O quando Danny riuscì a diventare l’unico membro della E Street Band ad essere buttato fuori dallo Stone Pony. E considerando tutti i soldi che abbiamo fatto fare a quel locale, non era un’impresa facile, onestamente.

O quando Danny subì (sopravvivendo) un assalto di un furibondo sebbene sobrio “Big Man” Clarence Clemons dopo averlo fatto incazzare di brutto.

Oppure Danny che mi aiuta a tirare fuori un piede da una cassa del suo stereo dopo essere stato l’unico membro della band ad avermi mandato davvero in collera.

E in mezzo a tutti questi casini, Danny suonava il suo meraviglioso organo B3 per me, e il nostro amore continuava a crescere (la vita è proprio strana!). Era molto più tollerante lui con i miei disastri che io con i suoi.

Quando Danny non produceva caos, era un dolce, talentuoso, timido, umile ragazzo di buon cuore che aveva la naturale capacità di far andare tutto meravigliosamente storto.

Ma, a parte tutto, aveva un sacco di lati positivi. Ad esempio, era un Ingegnere nato. Era sempre informatissimo sugli ultimi sviluppi della tecnologia e ti spiegava tutto fin nei minimi dettagli. Lavorava sempre per migliorare qualcosa: la sua macchina, il suo stereo, il suo organo…

Quando Patti si unì alla band fu il più entusiasta, prezioso e gentile amico della prima donna che entrava nel nostro club di soli maschi. Amava i suoi figli e si vantava sempre di Jason, Harley e Madison. Amava molto anche sua moglie Maya per la ventata di aria nuova che aveva portato nella sua vita.

E poi c’era il suo lato artistico. Era il musicista più intuitivo che io abbia mai conosciuto. Il suo stile fluido riusciva a riempire tutti gli spazi che gli altri della E Street Band lasciavano vuoti. Non s’imponeva mai, ma preferiva essere complementare. Era un vero e proprio accompagnatore: il collante naturale che teneva insieme il sound del gruppo. Per far questo, aveva creato per sé uno stile personalissimo. Quando ascolti Dan Federici non senti un uniforme e continua distesa di suoni, ma senti un riff, compresso ed energico, che vola sopra tutto il resto per pochi attimi e poi ritorna ordinatamente sui binari. “Phantom” Dan Federici: un momento lo senti, e quello dopo non lo senti più.

Quando non era sul palco, Danny non sapeva dirti un singolo verso o una singola progressione di accordi di alcuna delle mie canzoni. Ma quando era sul palco le sue orecchie erano ben tese: ascoltava, “sentiva” e suonava trovando il punto perfetto in cui inserire un accordo o una sequenza di note. Uno stile che creava per la nostra performance un incredibile senso di spontaneità.

In studio, se volevo far evolvere il pezzo che stavamo registrando mettevo al lavoro Danny senza dirgli cosa suonare. Lo lasciavo libero. Portava con se i suoni dei luna-park, delle sale-giochi, dei lungo-oceano e della spiaggia – la geografia della nostra giovinezza, il cuore e l’anima del paese natale della E Street Band.

Poi siamo cresciuti. Molto lentamente. Abbiamo passato insieme anche momenti di difficoltà e tribolazioni. Ma la reazione di Danny a un errore sul palco o a un problema o a un qualsiasi evento catastrofico era normalmente una scrollata di spalle e un sorriso. Come dire: “Siamo in mezzo al mare in burrasca, ma non siamo ancora annegati”.

Ho visto Danny combattere e sconfiggere alcune serie dipendenze. L’ho visto darsi da fare a rimettere insieme i pezzi della sua vita e – durante l’ultimo decennio durante il quale si era riunita la band – letteralmente rinascere sedendosi allo sgabello dietro il suo grande organo, di nuovo pieno di vita e, sì, con una nuova maturità e una rinnovata passione per il suo lavoro e la sua famiglia.

Alla fine, l’ho visto combattere contro il cancro senza piangersi addosso, con grande coraggio. Quando ultimamente gli ho chiesto come andassero le cose, mi ha risposto: “Cosa posso fare? Posso solo sperare nel domani”. Ecco Danny, il fatalista ottimista. Non si è mai arreso fino all’ultimo.

Qualche settimana fa è salito sul palco a Indianapolis per quello che sarebbe stato il suo ultimo concerto. Prima di iniziare gli ho chiesto cosa volesse suonare e mi ha detto: “Sandy”. Voleva volare sulla sua fisarmonica per ricordare il boardwalk della nostra giovinezza nelle sere d’estate quando passeggiavamo su quelle assi di legno con tutto il tempo del mondo. “Che ne dici se ci buttiamo in macchina? È una notte splendida!”… “Che ne dici se ci facciamo una nuotata anche se siamo ricercati dall’intero dipartimento di polizia di Middletown?”… Voleva suonare ancora una volta quella canzone che parlava della fine di qualcosa di meraviglioso e dell’inizio di qualcosa di sconosciuto e nuovo.

Torniamo un attimo a quei giorni miracolosi. Pete Townshend ha detto: “Un gruppo rock è una pazzia. Conosci delle persone quando sei un ragazzino e, a differenza di ogni altro lavoro, ne resti avvinto per tutta la vita, chiunque essi siano o qualunque stupida cosa essi facciano”.

Se non avessimo suonato insieme, oggi noi della E Street Band probabilmente non ci conosceremmo affatto. Non saremmo qui in questa stanza tutti assieme. Ma l’abbiamo fatto: abbiamo suonato insieme. Tutte le sera, alle otto, entriamo in scena insieme e quello là, sul palco, amici miei, è il posto dove avvengono i miracoli… vecchi e nuovi miracoli. E le persone con le quali assisti a un miracolo non te le scordi più. La vita non riesce a separarti da loro. E nemmeno la morte può farlo. Sei fiero di far parte di gente che crea miracoli per te, come ha fatto Danny per me ogni sera.

Certo, siamo cresciuti e sappiamo che “è solo rock ‘n’ roll”. Ma in realtà non lo è. Dopo una vita intera passata a guardare un uomo che fa miracoli per te, sera dopo sera, capiamo che si tratta di amore.

Quindi, oggi, mentre fa la sua ennesima uscita misteriosa, diciamo addio a Danny, Dan “il Fantasma”. Padre, marito, mio fratello, mio amico, mio mistero, mia spina, mia rosa, mio tastierista, mio uomo dei miracoli e membro a vita della scuoti-pavimenti, cala-pantaloni, terremota-mondo, smuovi-piedi, spezza-cuori e… sì… sconfiggi-morte, leggendaria E Street Band!


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domenica, 27 aprile 2008
Sebbene questo blog non abbia disdegnato nell’arco dei suoi primi 2 anni di vita fughe su altri lidi, è nato e rimane (ci tengo a sottolinearlo) uno spazio nel quale discutere sostanzialmente di cinema e di musica, ovverosia – fermo restando gli affetti personali – le mie due principali ragioni di vita.

Tuttavia il 2008 segna un anniversario importante per il nostro Paese e,  sebbene – anche su queste stesse pagine – io non abbia mai perso occasione per buttare letame sul tricolore vergognandomi di avere la cittadinanza italiana, ho pensato di fare leva su questa ricorrenza (il 9 maggio del 1978 la propaganda e l’ideologia terrorista degli anni di piombo arrivò al suo culmine con l’uccisione di Aldo Moro) per ripercorrere idealmente alcuni degli episodi nefasti e degli aspetti oscuri che hanno caratterizzato questi 30 anni di medioevo sociale e culturale.

Non è politica, ma coscienza etica e morale che tutti noi dovremmo avere; ai miei tempi alle scuole medie si studiava “educazione civica”… non so se ancora oggi è così ma non credo.
I “docenti” devono innanzitutto pensare a farsi toccare il culo oppure il cazzo e gli “alunni” sono troppo impegnati a filmare pestaggi e pompini (destinazione youtube) per perdere tempo dietro a queste cose inutili.

Ma fortunatamente per me è finito il tempo delle scuole e decido così di “perdere tempo” non solo inneggiando a Daniel Day-Lewis o ai Pearl Jam ma anche soffermandomi a riflettere su tutto questo.
Parte dunque da qui una nuova serialità per questo blog: Povera Patria (Battiato non passerà mai da queste parti ma lo ringrazio per l’ispirazione ed il magnifico testo, anche se ormai davvero troppo abusato).
Saranno post costituiti da video e un breve commento; il primo capitolo è dedicato ad uno dei più discussi simboli della Repubblica Italiana, quel Bettino Craxi che dopo aver tentato strenuamente di definirsi estraneo ad ogni collusione con Tangentopoli (emblematico fu il caso di Mario Chiesa) arrivò a dichiararsi colpevole né più né meno di tutti gli altri.
Insomma, un modo per dire: “siamo tutti colpevoli, ammettiamolo”.
Qualcuno lo contraddisse? No.
Povera patria.


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sabato, 19 aprile 2008
Si chiude con questi ultimi 5 dischi questo salto nella memoria, giù indietro nel tempo per raccontarvi quello che sono stato dal ’91 fino a 10 anni fa.
Ricordo che l’ordine è meramente cronologico, e per approfondire l’idea a monte di questo revival è sufficiente cliccare qui, qui e qui.

La fine del viaggio è affidata a 5 lavori decisamente distanti tra loro ma accomunati da un livello qualitativo elevatissimo…

Ready? Go!

queensrycheQUEENSRYCHE
PROMISED LAND

(1994)



I Queensryche di Geoff Tate sono stati la band più intelligente e sottovalutata di tutto l’universo metallaro.
Un po’ se la sono cercata, visto come andavano conciati a metà anni ’80 (ma dimenticate le foto di copertina e ascoltatevi Rage for order: erano davvero avanti con i tempi!) e la definitiva via per l’emancipazione è giunta solo dopo il masterpiece per il quale sono largamente noti, ovvero quel meraviglioso concept (profondamente politico) che è Operation: Mindcrime.
E’ il successone di Empire (1990) che li traghetta nell’olimpo dei nomi che contano (3 milioni di dischi venduti solo negli States); trainati dal singolone Silent Lucidity i ‘ryche trovano finalmente quel consenso popolare che meritano.
E quindi, come nella migliore tradizione delle grandi band che proprio nel momento di maggior gloria tentano l’atto di coraggio, ecco che rinunciano alla possibilità di ammucchiare dollari sfornando un “Empire pt.2”, scegliendo invece la difficilissima strada (soprattutto per una band heavy-metal) dell’introspezione e della ricerca.
Ne esce Promised Land.
Ovvero uno dei rarissimi dischi heavy-metal (l'unico?) che può avere una degnissima collocazione anche al di fuori del suo giardino: uno straordinario viaggio che tocca vette davvero mai ascoltate prima nel genere (tra tutte la mastodontica title-track).
Un Capolavoro del rock ‘n roll tout-court che mi accompagnò per tutto il mio periodo di leva (indimenticabili gli infiniti ascolti al walkman mentre ero a Foligno a battere la stecca…).


kyussKYUSS
WELCOME TO SKY VALLEY
(1994)



Dei Kyuss parlai abbondantemente qui, quindi mi sembra superfluo ripetermi: i Black Sabbath, oggi.
E non solo.
Sky Valley è l’apice di una carriera impeccabile e seminale: la più grande band heavy degli anni ’90.
Il deserto.


bruceBRUCE DICKINSON
ACCIDENT OF BIRTH

(1997)



Mi sembrava doveroso riservare un posticino al vocalist-simbolo di tutto il baraccone, colui che ha dato una spinta decisiva al genere rendendo di fatto “grandi” gli Iron Maiden.
E’ proprio da The number of the beast che infatti è cambiato tutto, e non può essere casuale il fatto che egli esordì al fianco del deus-ex-machina Steve Harris proprio in quell’occasione.
Ma Bruce non è solo l’ugola che ha cambiato (nel bene e nel male) il volto a tutta una frangia del metal (stia alla larga chi odia l’epica), ma artista di eccellente sensibilità che per un decennio ha avuto il coraggio di scommettere su se stesso andando via da “casa-Harris” e tentando l’avventura solista.
6 dischi tra i quali spicca senza dubbio questo Accident of birth: rigore vecchio stampo e ispirazione alle stelle per un lavoro notevolissimo che spazza via con agilità (e da solo) l’intera discografia dei Maiden degli ultimi 15 anni.
E’ forse l’ultimo grande disco di classic metal della storia.


toxicitySYSTEM OF A DOWN
TOXICITY

(2001)



Nel 1998 dunque abbandonai definitivamente i lidi del metallo.
Ma 7 anni vissuti intensamente non si dimenticano e soprattutto ti lasciano nel sangue una certa consapevolezza (difficile a spiegarsi) e un particolare intuito per i suoni duri.
E non ebbi così alcuna esitazione nel riconoscere a primo ascolto una pietra miliare in questo Toxicity.
Uscito a ridosso del crollo delle Twin Towers rappresenta la frontiera estrema della contaminazione “metallara”: 14 tracce assolutamente folli, in caduta libera senza paracadute.
Ma cazzo se funzionano!
In questi 10 anni di militanza nel rock ‘n roll "adulto" solo due dischi hard mi hanno letteralmente sconquassato, e questo è uno dei due (l’altro chiude questa serie di post e lo trovate tra qualche riga): pezzi al fulmicotone capaci di cambiare registro 5-6 volte per prendere le più inaspettate ed impensabili direzioni.
Divertentissimo, intelligente, spiazzante, potente, ironico: uno dei Capolavori del decennio.


qotsaQUEENS OF THE STONE AGE
SONGS FOR THE DEAF

(2002)



Gran finale: Songs for the deaf, signore e signori.
Ovvero il mio disco hard&heavy preferito di sempre; ovvero la storia di una scommessa; ovvero le migliaia di ascolti; ovvero tutto quello che ho scritto qui e che meglio non riuscirei a fare.
Stop.
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sabato, 12 aprile 2008
Terza parte di questo post-revival sul metallo che mi ha cresciuto.
Approfitto di questa introduzione per citare tre gruppi che seguivo con sufficiente passione ma dei quali nessun lavoro mi è rimasto nel cuore.

FATES WARNING: Band chiave del movimento prog-metal (antesignani dei Dream Theater, e per certi versi dunque ancor più seminali nel genere); il loro Capolavoro è A pleasant shade of gray, album costituito da una sola lunghissima canzone divisa in 12 movimenti.
Affascinante e molto atmosferico (ma non poco cervellotico) fornisce lo spunto sonoro per svariati gruppi a venire, Tool in primis.

TESTAMENT: Grezzissimo ed imbarazzante (col senno di poi) ensemble della bay area, è stato uno dei rappresentanti del thrash statunitense. Tutti dischi assolutamente prescindibili ma faceva molto “simpatia” il gigante Chuck Billy ed i loro perenni sforzi di avvicinarsi almeno un pochino alla gloria – mai raggiunta – dei compaesani di Frisco (Metallica, Slayer, Megadeth).
Proprio volendo sforzarsi, è The new order il loro picco (ovviamente io avevo tutti i loro dischi…)

EXTREMA: Senza dubbio alcuno, la miglior metal-band italiana di sempre.
Notevole l’esordio Tension at the seams, il cui valore non sono mai riusciti a replicare in futuro.
Li vidi dal vivo al Circolo degli Artisti (Roma) nel tour di supporto del secondo (pessimo) disco: The positive pressure of injustice (1995).
Poi è stata una continua caduta verso il fondo.

Ed adesso, torniamo a noi!
Eravamo arrivati al 1990, stagione d’oro per borchie e chiodo…


slayerSLAYER
SEASONS IN THE ABYSS

(1990)





Dopo gli Iron Maiden (e i Black Sabbath, se vogliamo includere anche i padri), gli Slayer sono stati la mia band metal preferita di sempre.
Non farò menzione delle presunte simpatie naziste dell’indemoniato combo californiano perché non rappresentarono altro che un bluff e una stereotipata errata (e superficiale) interpretazione di chi davvero non ha mai compreso fino in fondo il fenomeno Slayer.
Li adoravo perché nessuno è mai stato in grado di essere così estremo (nemmeno in tempi più recenti): i brutali assalti di King & Hannemann e la folle e incontrollabile ira di Tom Araya rappresentano il vertice espressivo e contenutistico di tutta la rabbia dell’heavy-metal.
Ed essendo la rabbia la caratteristica pregnante di questo genere, si può dedurre che furono proprio gli Slayer a condensare il senso e la dinamica sonora di tutto il movimento nella sua più ancestrale definizione.
Reign in blood rappresenta, nel 1986 (anno di grazia per il metallo negli Stati Uniti: è difatti dell’86 anche l’altro grande Capolavoro americano – Master of puppets dei compaesani Metallica) un attacco apocalittico di una devastazione sonora mai udita prima (né dopo): per chi scrive, il disco più violento ed estremo della Storia (musicalmente parlando).
La mia scelta cade però su Seasons in the abyss, ultimo lavoro con Dave Lombardo (il miglior batterista metal di sempre) prima del congedo dal resto del band (durato fino a pochi anni fa): un altro Capolavoro targato Rick Rubin (particolare non trascurabile: è lui il deus-ex-machina del suono della band) destinato, come sempre, a fare proseliti.


panteraPANTERA
COWBOYS FROM HELL

(1990)





La parabola del combo texano guidato dai fratelli Abbott e da Phil Anselmo ha trovato il suo massimo fulgore proprio nei ’90… e soprattutto Diamond Darrell (assassinato circa un paio d’anni fa) fu l’artefice di un determinato modo di approcciarsi alla chitarra ritmica che ancora oggi fa scuola.
Pur non esaltandomi spudoratamente per questa tipologia di sound rimasi abbastanza colpito da questo Cowboys from hell e dai successivi Vulgar display of power e Far beyond driven, che rappresentano un trittico di tutto rispetto e di assoluto riferimento per la musica dura americana del decennio in questione.
Peccato per il declino, avvenuto davvero nel peggiore dei modi possibile.


imagesDREAM THEATER
IMAGES AND WORDS

(1992)





Sui Dream Theater se ne potrebbe parlare (bene o male) davvero per una settimana intera.
Riassumo in brevi punti il mio rapporto con la band di Petrucci & Portnoy:
-    A metà anni ’90 fu così importante il progressive per me e i miei “blood brothers” che la seconda fase musicale del progetto exitnoise (…eeehh……) fu caratterizzata in maniera decisamente spinta da questo linguaggio…. Al punto che il nostro secondo cd mostra in molti punti decisi omaggi a Rush e Dream Theater;
-    Ho visto i DT dal vivo e da lì è cominciato il mio distacco da loro;
-    Ho tutti i loro dischi fino al ’98, ma oggi me ne dissocio con forza;
-    Images and words non poteva non essere incluso in questa lista.


Rage_Against_The_Machine_-_Rage_Against_The_Machine-frontRAGE AGAINST THE MACHINE
RAGE AGAINST THE MACHINE

(1992)





Quando si parla di musica dura, è come se si discutesse all’interno di una setta massonica.
Dischi misconosciuti ai più e considerate quasi sempre opere “minori”…
Ma in qualche caso (nel migliore dei casi) ci sono stati lavori fondamentali all’interno del genere che hanno alla fine comunque avuto anche l’onore della ribalta pubblica.
Cosa ancora più rara è trovare dei Capolavori riconosciuti tali anche dal resto della critica mondiale: dischi destinati davvero a rimanere e per i quali non sono mai bastate pubbliche parole di elogio.
E’ il caso, ad esempio, dell’infiammato esordio senza compromessi dei Rage against the machine.
Sentitelo oggi: sembra uscito due giorni fa… con la sola differenza che nessuno oggi avrebbe l’ardire di scrivere questa cose senza peli sulla lingua.
Un lavoro monumentale, seminale (per usare un eufemismo) e durissimo.
Una pietra miliare per il rock ‘n roll dell’ultimo ventennio.


chaosSEPULTURA
CHAOS A.D.

(1993)





Chiude questo quintetto un altro gruppo di quelli che “hanno cambiato il corso delle cose”.
Per inquadrarli correttamente però è necessario fermarsi al 1996: da lì in poi contrasti e feroci scontri interni hanno portato ad una situazione paradossale, al punto che allo stato attuale delle cose nessuno dei due fratelli Cavalera - i brasiliani fondatori dell'ensemble - fa più parte della band.
Fino ad allora però, Beneath the remains e Arise (partendo dalla lezione Slayer) ridefinirono, attualizzandolo, il sound del metal estremo…. e soprattutto i successivi Chaos A.D. e Roots (intercambiabili) diedero luogo ad un percorso fortemente innovativo (fusione di elementi tribali e di musica indigena con chitarre granitiche e percussioni di varia forgia) che rappresenta forse, a tutt’oggi, l’ultimo possibile tentativo di fuga espressiva (dopo i vari esperimenti di crossover ed  estremizzazione) da parte di un genere destinato per forza di cose a sopravvivere all’interno di un recinto.
postato da: countryfeedback alle ore 16:24 | commenti (13)
sabato, 05 aprile 2008
Continua il viaggio nel tempo iniziato una settimana fa: eccovi la successiva cinquina.

E visto che andiamo a toccare alcuni anni importanti, prevengo eventuali “rimostranze” su presunte gravi assenze affermando quanto segue:
  • Avevo 15 anni quando esplose la musica di Seattle, ma visto che decisi di imboccare la via del metallo, me ne stavo bene alla larga da Nirvana, Screaming Trees, Alice in Chains, Soundgarden e Pearl Jam.
    Sono tutte band (e dischi) ai quali ho dedicato la mia attenzione solo in anni futuri (dopo il ’98, per intenderci) e quindi è giusto non includerli in questo revival.
  • Amavo il vero heavy-metal, quindi non troverete alcuna traccia dello street e del glam (niente Poison, Bon Jovi, Cinderella, Motley Crue…)
  • Non troverete traccia nemmeno dei Guns ‘n Roses, che ho sempre odiato con tutto il cuore reputandoli dei millantatori e dei fake; per fortuna la storia mi ha dato ragione.
  • In tempi recenti c’è stata la squallida e patetica ondata del cosiddetto Nu-Metal (processo avviato da Machine Head e Korn ma poi arrivato a Linkin Park, Slipknot, e via dicendo): ho abbandonato i sentieri del metallo nel ’98 quindi questa roba non l’ho mai presa in considerazione.
  • Infine, sebbene – ripeto – ho ascoltato davvero tutto, non ci sarà traccia nemmeno dei movimenti black e grind; nessuno è mai stato estremo come gli Slayer, che adoravo, e quindi mi bastava seguire i migliori e non degli invasati fantocci.
Metallo sì, ma di qualità!


rushRUSH
MOVING PICTURES

(1981)



I Rush sono degli eroi nazionali in Canada (anche più di Neil Young, per dirne uno) ma hanno avuto la sfortuna di essere rimasti sempre degli incompresi nel resto del mondo.
Difatti, nonostante abbiano avuto il coraggio (e la capacità) di attraversare in lungo e in largo quasi tutte le latitudini del rock ‘n roll, nella maggior parte dei casi vengono ancora etichettati soltanto come i capelloni che hanno inventato l’hard-rock progressive.
Questo è senza dubbio vero, ma ci si dimentica della loro fase elettronica degli ’80 (sperimentale e al tempo stesso sia fortemente innovativa che perfettamente calata nella realtà dell’epoca) e del rock viscerale e sanguigno prodotto dalla metà dei ’90 in poi.
18 dischi, quasi tutti di elevata qualità (con almeno 3 Capolavori riconosciuti) scritti e composti con lo spirito sempre in fuga, alla ricerca di nuove strade e soluzioni sonore; una band unica e – davvero
inimitabile.
Di questo straordinario trio (dotato di capacità tecniche stratosferiche) che è stato determinante per la mia crescita (sono stati proprio Lee, Lifeson e Peart a togliermi i paraocchi mostrandomi che c’era davvero dell’altro oltre ai chitarroni) ho scelto il manifesto Moving Pictures, quarto ed ultimo disco della loro seconda fase, immediatamente precedente alla svolta elettronica.


ironsIRON MAIDEN
PIECE OF MIND

(1983)





I frequentatori di questo blog, ma anche gli amici di nuova data (conosciuti in questo decennio, intendo dire) conoscono a menadito le mie preferenze musicali.
R.E.M., Springsteen, Radiohead, Low, Mark Lanegan, Qotsa, PJ Harvey, Cash, e avanti con gli altri nomi che cito sovente.
Quindi giungerà come una grossa sorpresa quanto segue ma, arrivato a 32 anni, non posso non riconoscere negli Iron Maiden di Steve Harris il gruppo che ha cambiato la mia vita più di qualsiasi altro.
E questa è un’ammissione che travalica i concetti di gusto e di attualità, ma è una semplice constatazione: da qui è partita ogni cosa (così come Shining mi illuminò per il cinema) e anche se davvero ormai da un decennio sono completamente al di fuori dell’universo “maideniano” (al punto di aver rinunciato a vederli nella line-up originale lo scorso anno all’Olimpico) non posso non ringraziare a vita Steve.
E’ la persona che mi ha insegnato ad amare la musica.
L’ho visto per la prima volta sul palco nel 1993 e il giorno dopo sono andato a comprarmi il basso; ecco, di aneddoti così ne ho un sacco, e magari prima o poi ne parleremo.
Detto questo, Piece of mind è come il brodo primordiale per me, e la traccia d’apertura – Where eagles dare – il mio personale “Big Bang”.


andjusticeMETALLICA
…AND JUSTICE FOR ALL

(1988)



Parlare di Hetfield e Ulrich oggi è come cercare di avallare una tesi in favore degli armamenti USA in Medio Oriente.
Lo so, me ne rendo conto.
Ma mi affido alla lunga memoria di chi ha vissuto i tempi d’oro dei four horsemen e di chi si approccia a questo argomento con la massima oggettività possibile cercando al contempo di ignorare gli ultimi 15 anni del combo californiano.
Prima di questa epoca nefasta c’erano i Metallica: la più grande ed importante band metal di tutti i tempi.
Grande perché nessuno ha raggiunto quegli apici di successo universale; importante perché nessuno ha cambiato le tendenze (non solo musicali ma anche sociali e culturali) quanto loro nel periodo 1983-1993.
Ognuno dei 5 dischi partoriti in questo decennio ha fatto scuola entrando di diritto nella storia del rock; ogni loro mossa è stata presa a modello da migliaia di band hard&heavy a tutti i livelli, ricreando una marea indistinta di cloni nessuno dei quali ha mai raggiunto il granitico spessore degli originali.
James Hetfield è stato il chitarrista ritmico più talentuoso degli ’80 diventando poi nei ’90 anche un eccellente cantante; ed è proprio sul suo lavoro ritmico che si fonda il disco che ho scelto.
Non è il Capolavoro (Master of puppets) nè il simbolo del metal americano anni '80 (Kill 'em all) nè tantomeno il rivoluzionario monolite del 1991, ma contiene
Blackened e One... e tanto mi basta.


megadethMEGADETH
RUST IN PEACE

(1990)



E visto che si parla di “imitatori”, ecco gli eterni secondi: Dave Mustaine e il suo socio in affari, Dave Ellefson.
Ma per quanto si possano denigrare (e compatire) i costanti tentativi dei Megadeth di raggiungere la luce dei cugini maggiori (e per un po’ c’hanno creduto: inizio anni ’90) non si può non riconoscere nella valanga Rust in peace la presenza del genio.
9 canzoni che valgono una carriera, e ultimo avamposto del metal tecnico e cerebrale prima che i Metallica (sempre loro) decidano di stravolgere tutte le carte in tavola pubblicando il definitivo Black album.
Da lì in poi (1991) è cambiato tutto (in bene o in male? Voi che dite?) ma a 18 anni di distanza Rust in peace riesce ad essere ancora sorprendentemente attuale e ferocemente dirompente.


savatageSAVATAGE
GUTTER BALLET

(1990)



Ebbene sì, sono transitato anche attraverso il metal sinfonico!
In questo territorio nessuno ha avuto un peso maggiore dei Savatage dei fratelli Oliva (uno dei quali, il compianto chitarrista Chris, è deceduto nel ’91), autori di almeno due dischi che varrebbe la pena recuperare: l’ambizioso Dead winter dead (uno dei miei ultimi amori prima dell’addio al metallo) e il più viscerale Gutter Ballet, commovente testamento (l’ho difatti sempre preferito al più osannato Streets, ultimo album di Chris) di Oliva.
Un disco elegante e graffiante, emblema di quella passionalità ed emotività (anche) sentimentale che i detrattori hanno sempre riscontrato assente nel metal.
postato da: countryfeedback alle ore 23:58 | commenti (16)
sabato, 29 marzo 2008
Cosa rimane del grido di battaglia della Bay Area di Frisco a 25 anni dalla sua prima irruzione?
Poco e niente, in relazione all’incredibile mole di dischi sfornati; ma nonostante tutto è impossibile rimuovere dai cuori di chi, come me, queste cose le ha vissute in prima persona, i ricordi, le sensazioni e l’importanza di canzoni e di un intero movimento che ha cambiato costumi e società.

Ebbene sì, io ero un metallaro.
Anzi, non ho timore né provo falsa modestia ad ammettere di esser stato davvero un’”espertone” in materia: uno che davvero ha sentito tutta la roba (anche la più inascoltabile – vedi Deicide, Carcass, e tutto il grind ante-litteram) che passava in quegli anni, e che faceva le corse in edicola per fare scorta dei vari Metal Shock, Metal Hammer, Rock Hard, Flash e compagnia varia.
Uno che ha iniziato a suonare il basso elettrico dopo aver visto i Maiden dal vivo, e che faceva di tutto per stare negli snake-pit (o lì vicino) per pogare durante tutti i santi concerti.
Insomma, io c’ero.

Sono stato un metallaro d.o.c. nel periodo che è intercorso tra il 1991 e il 1998.
Poi ho sbattuto la capoccia su Rush, Tori Amos e R.E.M., ed è cambiato tutto.
Ma quella è un’altra storia, e visto che sono passati 10 anni dal mio “addio” a chitarroni e doppie casse ho pensato di scrivere qualche post per rievocare quell’infuocato, indimenticabile e bellissimo periodo.

Ho scelto la mia consueta strada: elencare 20 dischi di rock duro e metal (aiutandomi col classico sistema del “non più di un lavoro per ogni band”) che erano il pane e l’acqua delle mie giornate.
In alcuni casi (Maiden, Sabbath, Slayer) è stato difficilissimo sceglierne solo uno perché in quelle canzoni c’era davvero tutto il mio mondo; tuttavia credo di avercela fatta.

Si noterà - nei post successivi -  che nel dopo-1998 ci sono solo due dischi, gli unici due lavori hard&heavy dell'ultimo decennio che secondo me meritano una vera grandissima attenzione, e che ho amato (e che amo tuttora) alla follia.
Di uno ne ho già parlato ampiamente (Songs for the deaf, dei QOTSA) ed è, senza ombra di dubbio, il mio preferito tra tutti; è paradossale, se ci pensate, ma è davvero l’unico che riesco a sentire ancora oggi con somma goduria.
Gli altri 19, a parte qualche rarissima eccezione (Kyuss, Black Sabbath) prendono polvere da anni, ma non li dimenticherò mai.
Perchè è da lì che sono partito.

Non essendoci un ordine di gradimento (a parte l’inviolabile primo posto di Songs for the deaf), i lavori sono elencati in senso cronologico: si parte con i 5 più vecchi per poi andare avanti.
Dunque in totale saranno 4 post; buona lettura e (per chi so io) buon revival!


zeppelin LED ZEPPELIN
LED ZEPPELIN II

(1969)





Gli Zep sono stati la più grande rock 'n roll band degli anni 70, e su questo non sono disposto a discutere.
Li ho conosciuti che ero ancora un ragazzino, e da allora la mia stima è rimasta immutata.
Oggi non li metto più sul piatto, anche per un mero discorso di saturazione di ascolti, ma guardando indietro è impossibile non vedere nel bombardiere marrone una certa miccia che è servita a far deflagrare un nuovo modo di approcciarsi al rock (parlo soprattutto della chitarra di Page e della modalità di registrazione della cassa di Bonzo Bonham).
Il mio preferito dei Led Zeppelin è il III, ma questa è una lista hard&heavy, quindi è una bestemmia omettere Whole Lotta Love e compagnia al seguito.



inrockDEEP PURPLE
IN ROCK

(1970)





Mi piaceva di più la Mark IV, ovvero la formazione con Coverdale e Hughes ma diciamo la verità: i Deep Purple sono tutti qui!
E Speed king, Bloodsucker, Child in time, Into the fire e Living wreck sono i 5 pezzi-chiave di tutta la loro produzione.
Un manipolo di canzoni ormai vecchio di 40 anni che ha segnato sul serio (nel bene e nel male, mi si potrà dire) il corso del tempo.



paranoidBLACK SABBATH
PARANOID

(1970)





E dopo l’affermazione sugli Zep di cui sopra, ecco in arrivo un altro inviolabile assioma: il quartetto di Birmingham è la band più importante ed influente di tutta la storia del rock duro (e non solo).
Chiaramente mi riferisco solo al nucleo originario (Ozzy, Toni, Geezer, Bill), titolare di 8 dischi (quasi tutti Capolavori assoluti) spalmati tra il ’70 e il ’78.
Sceglierne uno tra questi (vabbè diciamo tra i primi 6, essendo gli ultimi Technical Ecstasy e Never Say Die assolutamente prescindibili) è come decidere se bere un Sassicaia o un Brunello del ’98.
Io mi avvicinai a quella che è ancora oggi una delle mie band preferite in assoluto acquistando un greatest hits: ci sono voluti meno di 10 minuti per innamorarmi perdutamente e decidere di andare a ripescare poi gli 8 dischi dei ’70.
Alla fine scelgo Paranoid (nonostante i miei eterni pallini per Sabbath bloody sabbath e Sabotage) perché una track-list del genere è folle anche solo pensarla:
War Pigs / Paranoid / Planet Caravan / Iron Man / Electric Funeral / Hand of Doom / Rat Salad / Fairies Wear Boots.



acdcAC/DC
BACK IN BLACK

(1980)





Non ho mai amato particolarmente i 5 canguri australiani, ma QUALSIASI amante dell’hard&heavy è passato per questo Capolavoro (secondo disco più venduto di tutti i tempi dopo Thriller di Michael Jackson) e così anche a me capitò di spendere qualche migliaio di lire, a inizio anni ’90, per comprare il manifesto dei fratelli Young (sebbene i puristi mi ricorderanno che è da ricercare nei lavori con il compianto Bon Scott – Highway to hell in primis – il succo degli AC/DC).
Poi andai avanti acquistando altra roba (compreso il doppio Live del ’92, sia su cd che in vhs) ma fu questione di poco: l’eccessiva monotonia e ripetitività della loro proposta musicale mi annoiarono molto presto, ma su Back in black, ragazzi, non si discute!



ozzyOZZY OSBOURNE
DIARY OF A MADMAN

(1981)





Consumando all’eccesso gli 8 lavori dei Sabbath “originali”, fui portato naturalmente a voler approfondire gli esiti delle carriere separate delle due menti principali della band (quella di Ozzy e quella di Toni Iommi, genio assoluto della sei corde nonché “signore dei riffs”!) che ebbero luogo dopo lo split successivo a Never Say Die (1979).
E in questo sono andato dritto come un treno: accantonato ogni interesse per i Black Sabbath con Ronnie James Dio, mi sono diretto senza esitazioni sul madman, visto che i due lavori di inizio ’80 (Blizzard of Ozz e il citato Diary of a madman) lasciavano poco spazio ad eventuali “battaglie”.
C’è da dire che Ozzy ha avuto sempre la fortuna di potersi affiancare ad eccellenti chitarristi (il fu Randy Roads, ma anche Zakk Wylde) ma i canovacci di puro heavy-metal espressi in questi due lavori sono la miglior prosecuzione possibile del lavoro precedente svolto con Iommi & co.
Ho seguito anche il resto della carriera di Ozzy (chiaramente sempre fino al ’98, anno d’addio al metallo) ma è tutto così insulso che non vale nemmeno la pena di citarlo.
Tuttavia, dimenticate il ridicolo personaggio da Mtv di questi anni e andate a ripescare uno che davvero l’ha fatta, la storia...
postato da: countryfeedback alle ore 15:24 | commenti (22)
sabato, 22 marzo 2008
[CLINT EASTWOOD]

clint
1) GLI SPIETATI (1992)
2) MYSTIC RIVER (2003)
3) UN MONDO PERFETTO (1993)
4) LETTERE DA IWO JIMA (2007)
5) I PONTI DI MADISON COUNTY (1995)
postato da: countryfeedback alle ore 16:05 | commenti (39)
domenica, 16 marzo 2008
fargo
Nel silenzio delle lande estreme ogni sussurro è come un colpo di pistola.

Ed è nel bianco abbagliante del nord che l’uomo comprende la vastità del cielo che è sopra di noi e la sconfinata desolazione della terra che ci avvolge; il bianco è la somma di tutti i colori ed è, dunque, il colore più intenso e potente.

La neve copre ogni traccia, ogni peccato, ogni macchia di sangue, ogni fottuto dollaro, ogni brandello di carne, ogni speranza nel dolce domani, ogni fuga, ogni sparo, ogni coltello, ogni promessa, ogni dolore, ogni abbraccio.

E’ da qui che si riparte.


snowA 30 SECONDI DALLA FINE (Andrej Koncalovskij, 1985)
LUPO SOLITARIO (Sean Penn, 1991)
FARGO (Joel Coen, 1996)
IL DOLCE DOMANI (Atom Egoyan, 1997)
SOLDI SPORCHI (Sam Raimi, 1998)
postato da: countryfeedback alle ore 13:27 | commenti (29)