sabato, 04 luglio 2009
Ci siamo: top10! Si inizia il countdown dalla 10 alla 6; per il resto, c’è scritto tutto qui.

frostnixonSgombriamo subito il campo dai dubbi: Frost/Nixon (nonostante la “concorrenza” con il pluripremiato A beautiful mind, che gli regalò anche l’Oscar personale) è il più bel film di Ron Howard.
Una verità che emerge minuto dopo minuto ma che si impone definitivamente a film finito e nei giorni seguenti la visione, allorchè si razionalizza sulla lapalissiana verità di aver assistito ad una triplice lezione (di teatro, di televisione e di cinema) di altissima caratura artistica.
Adattamento teatrale di un testo di Peter Morgan (interpretato anche in quella “versione” da Frank Langella, semplicemente meraviglioso – e meritevole di Oscar alla stessa stregua del Penn di Milk o del Rourke di The Wrestler – nel farsi carico di una sofferenza e di un tormento interiore che trasuda in ogni goccia di sudore. Interpretazione gigantesca), il film è la rielaborazione della famosissima intervista televisiva del 1977 che rese celebre David Frost, anchor-man che segnò i tempi per essere riuscito a indurre Richard Nixon a “chiedere scusa” agli americani per la sua terrificante presidenza (Watergate e Vietnam).
L’intervista divenne poi un vero e proprio caso e passò alla Storia della televisione americana.
Film tanto impeccabile quanto sottovalutato (non sono state nemmeno coperte le spese della produzione, e delle 5 nominations agli Oscar non se ne è concretizzata nessuna), è un gioiello che va visto e rivisto anche per riflettere sul potere dei media in un periodo di oscurantismo dilagante.
Ci vorrebbe un David Frost anche per il nostro Silvio Berlusconi.
 
twoloversNella passata stagione stroncai senza pietà I padroni della notte reputandolo sciatto, banale e retorico.
A distanza di un anno torna l’accoppiata Gray-Phoenix (in quella che dovrebbe essere l’ultima interpretazione della carriera per lo straordinario fratellino del compianto River) per un film che potrebbe essere tacciato degli stessi difetti (in fondo è la solita storia di un triangolo amoroso; prevedibile e decisamente scontata negli sviluppi narrativi) ma che invece se li scrolla tutti via con un agile doppio passo in virtù di una bellezza lancinante ed irrimediabilmente poetica.
Girato in digitale su tinte pesantemente grigie (e non aiutano di certo le angoscianti locations di Brighton Beach, New York), è una amarissima riflessione sull’infelicità cosmica.
All’alba del nuovo millennio, nella Capitale del Mondo, tutti inseguono qualcosa che non riusciranno mai ad avere, finendo per accontentarsi delle seconde scelte ed arrovellandosi su rimpianti, rimorsi, falsi ideali e vacue mitizzazioni.
Tutto molto triste ed ineluttabilmente senza scelta.
Film semplicissimo ma devastante; e non è facile toglierselo di dosso.
Non è affatto facile.

lasciamientrareNel silenzioso e agghiacciante bianco svedese si consumano i fotogrammi di questo miracoloso e opprimente horror filosofico, singolare e morboso incrocio tra Bergman e Cronenberg.
Classica pellicola che ha basato il suo successo su un favorevolissimo passaparola (dopo la benedizione del Tribeca) e su eccellenti critiche, ma che è riuscito a vendere molto anche per l’ingannatorio trailer che ha portato nelle sale un discreto numero di amanti del cinema del terrore quando invece qui di splatter c’è ben poco.
Quello che c’è è invece una splendida metafora sulla diversità e tutta una serie di annichilenti scene destinate a lasciare un segno importante nella memoria.
Un film intenso e senza compromessi; l’altro lato di Twilight.

thereaderAmbiziosissimo (troppo?) e assai complesso racconto di una passione perduta, che mischia però sapientemente dolorose riflessioni sul senso della responsabilità (l’Olocausto, come non se ne è mai parlato finora), il peso del rimorso, il tempo che scorre e che niente lascia indietro.
C’è tantissima carne al fuoco ma il bravissimo Stephen Daldry, già avvezzo a complicati virtuosismi di scrittura (The Hours), mette a segno la sua terza nomination agli Oscar (su quattro film diretti, un talento straordinario) riuscendo ad orchestrare con vigore e competenza tutti i complicati rapporti che legano Ralph Fiennes e Kate Winslet attraverso un lunghissimo arco temporale.
Un’opera stratificata e sensibile ad uno svariato numero di letture, è però soprattutto ed incontrovertibilmente la prova che ha definitivamente sdoganato Kate Winslet, ormai finalmente una delle più grandi attrici del mondo agli occhi di tutti.
Ci volevano questa performance (sulla quale è quasi impossibile esprimersi) e quella contestuale di Revolutionary Road ad aprire finalmente gli occhi di coloro che dopo il boom di Titanic la snobbarono ingiustificatamente per oltre un decennio.
Signori, la Winslet ha sempre recitato così, ma per fortuna adesso è arrivato questo uno-due implacabile sul quale fare contestazioni è solo segno di incompetenza.

frozenriverPuò il Sundance Film Festival prendere un abbaglio?
Ovviamente no!
Ed infatti, anche stavolta, è dal cinema indie americano che arrivano le migliori e più inaspettate sorprese.
L’esordiente Courtney Hunt scrive e dirige questo nevoso noir (sulla falsariga di Soldi sporchi di Raimi, ma meno oscuro e nichilista) su un traffico di clandestini al confine tra Usa e Canada.
Premiatissimo ed applauditissimo, è un’opera convincente e matura, solida e senza sbavature.
Ciliegina sulla torta l’impeccabile interpretazione di Melissa Leo, che si dona alla macchina da presa regalandoci una sofferta figura di madre ai confini del mondo.
E’ un oggetto nascosto, ma da recuperare assolutamente.
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martedì, 30 giugno 2009
Ed eccoci agli illustri esclusi – di pochissimo – dai quartieri alti; per il resto, c’è scritto tutto qui.

millionarieUscito davvero di un niente dalla mia personale lista dei magnifici dieci, Slumdog Millionaire è stato il caso cinematografico dell’anno.
Partito in sordina e arrivato fino all’incredibile – ed ingiustificabile – trionfo agli Academy Awards (8 Oscar tra cui film, regia e adattamento), è una splendida elegià all’ottimismo e al sacro fuoco della speranza.
Una commedia così spudoratamente eccessiva nel suo essere “vitale” (Frank Capra docet) da non poter lasciare indifferenti, e di certo mai come in questo periodo storico c’è bisogno di vederla – almeno su uno schermo – la felicità vera, quella delle battaglie vinte, quella dei successi inseguiti a tutti i costi e poi ottenuti.
E non è forse casuale l’Oscar a Danny Boyle nel mese dell’insediamento di Obama.
Una favola moderna (l’american dream in salsa indiana, ma sempre lì siamo) al servizio dell’umanità in quella che si vorrebbe indicare come l’alba di una nuova era.
Yes, we can.

tonymaneroDisturbante e “malvagio”, Tony Manero è un lucido ed impietoso sguardo sulla miseria e il degrado umano che attanagliò per tre lustri il Cile di Pinochet in una morsa letale.
Alfredo Castro (straripante, maiuscolo) si dona senza freni ad un personaggio tanto estremo quanto perfettamente immerso in una realtà che non ha più nulla del vivere civile.
Una piccola opera che ha avuto però modo di farsi largo a spallate partendo dal successo al Torino Film Festival, passando attraverso le ottime critiche raccolte un po’ ovunque, e arrivando infine ad una distribuzione abbastanza capillare (anche in home video) che ha giustamente coronato uno sforzo ed un progetto perfettamente compiuto e riuscito.
 
milkAl termine (?) della sua lunghissima analisi dell’adolescenza americana, Gus Van Sant torna con un film assai lontano dalle sue cose sperimentali (quelle per le quali si è costruito la fama di cui gode da un ventennio) e confeziona una pellicola impeccabile sotto tutti i punti di vista.
Milk non è solo una grande parabola allegorica (semplice da intelleggere, e forse per quello ancora più toccante) ma anche uno spumeggiante ed elettrizzante racconto di un’epoca perduta e destinata a non tornare.
Ma chiaramente Milk è Sean Penn.
Il volto, il corpo, il sudore e le lacrime del più grande attore americano.

grantorinoL’immortale Clint chiude alla grande il “suo” decennio (nessuno come lui negli USA, dati incontestabili alla mano) con un’accoppiata di quelle destinate a restare negli annali.
Oltre infatti al meraviglioso Changeling (che se non lo avete scorto finora, vuol dire che è nella top10) mette in scena (scegliendosi anche il ruolo di primo attore) questo minimale e asciuttissimo dramma di provincia (o sarebbe meglio dire “di quartiere”?) nel quale, come al suo solito, cesella inquadrature e sequenze da antologia.
Dunque il film c’è, eccome.
Per quanto mi riguarda però, la scelta di non includerlo nei magnifici 10 è dovuta ad una serie di elementi che tendono ad inquinare la pellicola rendendola di fatto imperfetta e con qualche sbavatura/forzatura che un Eastwood più attento avrebbe evitato.
Una sceneggiatura elementare (davvero troppo prevedibile e banale), situazioni e personaggi “tagliati con l'accetta”, ed un’eccessiva assonanza di intenti con Million Dollar Baby (la religione, il rapporto padre-figlio, la morte) appesantiscono quello che pare sia il suo ultimo film da attore e non rendono pienamente merito ad uno straordinario e commovente Artista.
Ma non c’è da allarmarsi: la sua seconda carta si chiama Changeling!

ildubbio“Non esistono verità semplici”.
Così recita la frase di lancio del film, e John Patrick Shanley (regista e sceneggiatore; premio Pulitzer nel 2005 proprio per Il dubbio, del quale curò successivamente anche l’adattamento in scena) adotta una linea di coerenza incontestabile e perfettamente rispondente alla morale che si cela dietro quelle quattro parole.
Dramma teatrale a tinte nerissime per una mirabolante lezione di recitazione di Philip Seymour Hoffman, Meryl Streep e Amy Adams, Il dubbio è anche un’accurata e profonda riflessione sul peso delle responsabilità, i rimorsi delle scelte, il rigore di un’etica che spesso e volentieri non paga (io sto dalla parte di Hoffman).
Scrittura finissima per un impianto old-style ottimamente diretto e fotografato.
postato da: countryfeedback alle ore 00:58 | commenti (8)
venerdì, 26 giugno 2009

Si comincia a fare sul serio: ecco il blocco che dalla 20° piazza risale su fino al numero 16; per il resto, c’è scritto tutto qui.

benjaminbuttonE’ sedicesimo un film che avrei tanto voluto far salire sul podio.
O almeno questa era la mia speranza prima di pagare il biglietto per entrare.
Quello che mi sono ritrovato davanti è invece un pamphlet obeso (oltre due ore e mezza per un’opera che doveva durare al massimo un’ora e quaranta) e decisamente logorroico.
Un vero peccato e in definitiva una delusione, almeno in base alle aspettative.
Ma togliendo di mezzo i pregiudizi (che non possono che essere positivi con quel nome lì dietro le quinte) e spogliandosi del gigantesco hype che è ruotato attorno a questa storia incredibile (tratta da Fitzgerald) non si può assolutamente negare una indiscutibile bellezza delle immagini e di molte sequenze di pura commozione.
Brad Pitt è molto bravo nell’incarnare il tormento di un personaggio così esageratamente sui generis e Cate Blachett sa donare la giusta grazia alla sua controparte femminile.
Impianto tecnico di primissimo livello (e lo testimoniano le numerose candidature raccolte ovunque – anche se di premi vinti ce ne sono stati ben pochi) ma sceneggiatura con qualche toppa (a volte sembra sfuggire il senso del film: una riflessione sull’essere “fuori tempo”? Oppure un’inno romantico all’amore?).

graceisgoneJohn Cusack è da sempre “uno di noi”.
Un attore onesto, un buon lavoratore, un “mediano” che però ha sempre fatto il suo dovere con il giusto metro di impegno.
Stavolta, finalmente, trova il film della vita e mette a segno l’interpretazione per la quale verrà ricordato da critici e cinefili.
E’ la sua dolente e sofferta maschera infatti il traino di questo delicatissimo dramma in punta di piedi; un road movie lento e profondamente intimo che è ben lungi dal ricercare la facile commozione ma che invece suona più come un percorso spirituale e di profonda ricerca.
Premiato dal pubblico al Sundance (consueto attestato di qualità) ma arrivato da noi con un ritardo colossale, e anche malamente (home video e qualche sparuta saletta).
Musiche di Clint Eastwood.

wChi mi conosce sa bene della mia dichiarata ostilità nei confronti del cineasta newyorchese che, nell’arco di una carriera estremamente prolifica, mi ha davvero esaltato quasi solo per Talk radio.
Giunge a questa ennesima biografia (dopo Jim Morrison, John Kennedy, Richard Nixon, Fidel Castro, Alessandro Magno) con il peso del terrificante WTC di un paio di anni fa sulle spalle e la responsabilità di portare sullo schermo il personaggio politico più discusso e controverso del decennio.
Ci riesce?
La risposta è sì.
Ma la quasi totalità del merito è da attribuirsi alla maiuscola prova di Josh Brolin, un attore ormai in stato di perenne grazia (da segnalare per lui una doppia performance in questa stagione: è anche l’omicida di Harvey Milk nel film di Van Sant) che letteralmente si impossessa dei 120 minuti di pellicola per giganteggiare come pochi sarebbero riusciti a fare.
Il problema di W. risiede dunque in una uscita decisamente fuori tempo massimo (e chiaramente la distribuzione mondiale ne ha risentito) e in un sarcasmo che ormai (dopo le potenti arringhe di Moore, Van Sant, De Palma e la Bigelow, per citarne solo alcuni) non attecchisce più.
Sarebbe stato perfetto all’epoca del Vote for change.

burningplainC’era una volta una coppia di inseparabili amici, Guillermo Arriaga e Alejandro González Iñárritu.
Uno scriveva film (Arriaga), l’altro li dirigeva (Iñárritu).
Ne hanno fatti tre (Amores perros, 21 grammi e Babel), uno più deprimente dell’altro, e poi hanno litigato.
Tutti e due ci tenevano ad ostenare la paternità delle opere, negando di fatto una condivisione di idee e di realizzazione.
Allora Arriaga (che è quello più bravo, secondo me) ha deciso di mettersi in proprio, reclutare la più bella donna del mondo (Charlize Theron), colei che lo è stata negli anni ottanta (Kim Basinger) e colei che lo sarà nel prossimo decennio (Jennifer Lawrence) e realizzare un’altra delle sue storie da “taglio orizzontale delle vene”.
Quello che ne è uscito fuori è un’opera molto ambiziosa (forse troppo), autoindulgente (come tutte le sceneggiature di Arriaga) e abbastanza prevedibile, ma portatrice di un atmosfera e di un senso di decadenza che non può non scavare nel profondo.
Il melodramma è molto acceso ma fortunatamente vengono evitate tutte (o quasi) le facili trappole del caso; insomma, un’opera prima decisamente convincente, ottimamente fotografata ed egregiamente interpretata.

tropicthunderIl quarto film di Ben Stiller (scritto con Justin Theroux) non è solo un perfetto meccanismo a incastro degno delle migliori parodie stelle e strisce di fine anni ’70, ma anche un intelligentissimo (e sfrontatissimo) attacco allo star system hollywoodiano (e in generale alle “ignorelands”), dal quale lo stesso Stiller ha sempre cercato in qualche modo di affrancarsi.
Si ride, e tanto, dalla prima all’ultima gag (memorabile il siparietto di “Simple Jack”, così come la corsa al ralenty che riporta alla mente la locandina di Platoon) e si sprecano ovviamente le citazioni.
Attori in stato di grazia, tutti; con uno strepitoso Robert Downey Jr. a primeggiare ed un irresistibile Tom Cruise a fare da contraltare (è nel suo personaggio che si annida la satira pungente del film) in quella che molti hanno reputato (non con tutti i torti) la prova migliore della sua carriera.
In Stiller we trust!

postato da: countryfeedback alle ore 14:01 | commenti (11)
lunedì, 22 giugno 2009
I film sono elencati in ordine alfabetico e sono i cosiddetti “fuori classifica”: non troppo buoni per entrare nella top20, né così brutti da finire nel dimenticatoio; per il resto, c’è scritto tutto qui.

antichristGuardare Antichrist è come assistere ad una seduta psicoanalitica di Lars Von Trier.
Ascoltare i deliri destabilizzanti (senza limiti, senza barriere) di una mente palesemente in preda ad una qualche difficoltà di fondo (la depressione così tanto ostentata dallo stesso Autore) e troppo spesso morbosamente rivolta al proprio ego più che all’urgenza di fare Arte in senso assoluto.
Antichrist è dunque più che mai pane per i denti di coloro che lo hanno sempre contestato (soprattutto ai tempi di Breaking the waves e Dancer in the dark) e accusato di “prepotenza espressiva” relegandolo all’infausto ruolo di furbo paraculo ricattatore.
Insomma uno che “non c’è, ma ci fa”.
E’ innegabile infatti che questo film sia soprattutto uno sfogo, un grido disperato di una persona che – evidentemente – ha sofferto e che usa questo mezzo (in maniera ovviamente ingiustificabile) per dar voce a tutto il suo risentimento che, in questo caso, è un violentissimo attacco (di una veemenza misogina davvero mai vista prima) al genere femminile; la donna come rappresentazione dell’anticristo (per farla ancora più cruda: non aveva tutti i torti l’Inquisizione a bruciarle vive).
Dunque, una cosa concettualmente sconvolgente e da condannare senza pietà.
Tuttavia, poiché il Cinema non è solo contenuto ma anche forma, Antichrist non merita di stare nella “cerchia dei dannati” (la flop10 pubblicata qualche giorno fa) perché ha dalla sua una messa in scena magistrale e di qualità sconvolgente.
Sin dai memorabili 6 minuti iniziali, per arrivare alle indimenticabili sequenze al ralenty nel bosco oppure  a quegli incredibili campi lunghi che paiono quadri impressionisti, la regia (e la fotografia) di Von Trier raggiunge dei picchi di mirabile poesia filmica.
Al termine c’è una dedica ad Andrej Tarkovskij; se Lars avesse avuto anche solo un quarto del minimalismo concettuale e dell’eleganza ideologica del suo nume tutelare, Antichrist sarebbe stato un Capolavoro assoluto.

appaloosaSono da sempre un grande appassionato del western ed è stato fisiologico dunque approcciarmi a questa opera seconda del buon Ed Harris con i migliori propositi possibili.
L’etica “hawksiana” c’è tutta, ed è anche finemente filtrata dalle recenti rivisitazioni di Costner e Eastwood; è tutto il resto che purtroppo non affonda come dovrebbe (o almeno come avrei voluto) ripiegandosi spesso su facili convenzioni di genere e lasciando ad una regia manieristica il grosso del lavoro.
Ottimo Viggo Mortensen (come sempre, del resto).

australiaDopo il trionfo di Moulin Rouge (da me mai condiviso) si riforma la coppia Kidman-Luhrmann per questa avventura romantica d’altri tempi che ha il respiro e la formula giusta per riuscire.
Anche in questo caso però (così come in Appaloosa) ci troviamo di fronte ad un’opera davvero troppo convenzionale e prevedibile; inoltre l’eccessiva lunghezza non giova alla fluidità della narrazione, ed il meccanismo diventa, soprattutto nella parte finale, decisamente pachidermico.

burnaftereadingPotevano in Coen fare peggio di Ladykillers?
Burn after reading è la risposta: dopo il boom della scorsa stagione (sul quale mi trovo però in leggero disaccordo con la maggioranza della cinefilia) un notevole passo indietro per i geniali fratellini che, alla ricerca di una leggerezza ormai probabilmente perduta (quella di Barton Fink per intenderci, o anche di Fratello, dove sei?) si ritrovano a condurre le redini di una storia incerta e scritta con fare strambo e discontinuo (il che è preoccupante dato che è proprio nella scrittura che risiede da sempre il loro asso nella manica).
Una nota di plauso però a Clooney e Pitt, meravigliosi nella loro delirante idiozia.

laclasseLa scandalosa Palma d’Oro di Cannes 2008 (scandalosa non tanto per il valore dell’opera premiata ma perché andava a discapito del Capolavoro di Matteo Garrone, Gomorra) è una pellicola da “camera”, intimista e piccola (nel senso di vicinanza con lo spettatore, di comunicazione di intenti).
E’ anche abbastanza educativa e fedele specchio del suo tempo, ma è troppo debole e priva di nerbo; dovrebbe sconvolgere e turbare e invece quasi strappa lo sbadiglio.
Qualche accenno di fuoco nel pre-finale, subito però estinto; c’è qualcosa che non mi ha mai particolarmente appassionato nel cinema francese.
Mi sa che è colpa mia.

martyrsE rimanendo nella terra dei cugini d’Oltralpe, ecco Martyrs, ovvero: cosa mostrare ancora dopo gli scuoiamenti a carne viva e le calotte metalliche saldate sul cranio?
Dopo il boom dei ’90 della new wave horror nipponica e la recente fioritura spagnola del mercato del settore, da un paio d’anni a questa parte è la Francia la “nazione del terrore”.
Portabandiera di questo sconvolgente e realmente disturbante torture-porn (oltre a Martyrs, citazioni doverose anche per Alta tensione, Frontiers e À l'intérieur), la nuova frontiera del cinema orrorifico si propone di andare oltre i taciti confini etici del mostrare allo scopo di affondare il colpo nelle oramai anestetizzate retine dello spettatore contemporaneo.
Un’operazione persa in partenza.

operazionevalchiriaTom Cruise fa il nazista pentito sotto la direzione (come al solito glaciale) di Bryan Singer.
Un film del quale c’è davvero poco da dire; senza infamia e senza lode.

ponyoTorna il Maestro giapponese Miyazaki per un’altra delicata e struggente storia di amicizia, amore e, in generale, “vita”.
Lo fa con la solita immensa classe e le solite toccanti pennellate di assoluta poesia.

rachelstapersposarsiAnne Hathaway è, per quanto mi riguarda, l’unico motivo di reale interesse per questo “documentario di matrimonio travestito da film”.
Ok, forse ho esagerato, ma il girato funziona tanto più quando non si propone di fare esasperato sperimentalismo piuttosto che invece quando, camera in spalla, ricerca la pura emozione scavando nei volti e in quello che non viene detto ma che gli occhi sono incapaci di trattenere.
Demme comunque merita sempre tutta la mia stima; non c’entra niente, ma lo volevo scrivere lo stesso.

setteanimeSe avete visto 21 Grammi grattandovi ripetutamente le palle (et similia, per le signorine) oppure The hours cercando contestualmente per casa una lametta con la quale recidervi i polsi, allora state alla larga da questo Seven Pounds.
Deprimente ed ineluttabilmente (morbosamente?) senza luce è la seconda prova americana di Gabriele Muccino (ancora in coppia con il fido – e bravo – Will Smith).
Così americana che ormai non è rimasta più nessuna traccia del regista de L’ultimo bacio (ancora oggi, la sua migliore cosa); Sette anime è palesemente il risultato di una produzione (intesa nel senso più ampio possibile) tesa a confezionare un oggetto privo di stile e forma.
Mi vengono in mente solo difetti quando ripenso (grattandomi) a questo film: soggetto assurdo, sceneggiatura traballante e piena di tempi sbagliati, fotografia patinata e dozzinale.
Si è salvato dall’essere incluso nella “flop10” solo perché i dieci elencati lì sono molto, ma molto più brutti.

themistTratto dalla riserva senza fondo di Stephen King (in questo caso “Nebbia”, un racconto incluso nella raccolta “Scheletri”), The mist è un onesto horror senza troppe pretese che assolve con dovizia al suo compito.
Per di più, dirige Frank Darabont, che è uno che ha già centrato due adattamenti kinghiani (Il miglio verde e soprattutto Le ali della libertà).

vickyDopo le avventure inglesi (Match point, Scoop e Cassandra’s dream) il folletto newyorchese resta in Europa ma si sposta in Spagna per dipingere questo brioso (e decisamente sensuale) quadrato amoroso tra Bardem, Hall, Johannson e Cruz.
Molti premi e buoni incassi (un binomio solitamente atipico per Allen) per un buon film che si lascia vedere ma che certamente non marca il territorio.
E adesso, finalmente, si torna in America.
postato da: countryfeedback alle ore 00:40 | commenti (15)
venerdì, 19 giugno 2009
I film sono elencati in ordine alfabetico e rappresentano la mia personale “flop10”; per il resto, c’è scritto tutto qui.

comediocomandaSalvatores torna dalle parti di Ammaniti dopo il bellissimo Io non ho paura di inizio decennio.
Purtroppo, di quello che all’epoca fu un impeccabile sodalizio, resta ben poco, ed è proprio – paradossalmente – nella scrittura frettolosa di questo adattamento (dello stesso Ammaniti) che si annidano tutti i difetti di un’opera che non centra mai il suo obiettivo e tantomeno riesce a mantenere un minimo di coerenza narrativa.
Attaccato – a ragione – soprattutto dagli estimatori del romanzo, è un’occasione sprecata in virtù del precedente, delle carte poggiate sul tavolo e del lacunoso panorama italico di questa stagione dopo il boom della passata annata.

cosmosulcomoMarcello Cesena (già autore dei pessimi spot Wind) conduce per mano l’ex trio prodigio fino ai bassifondi della loro arte, e l’unico aspetto positivo di questa patetica accozzaglia di gag tristi e stantie è che difficilmente Aldo, Giovanni e Giacomo potranno fare peggio in futuro.
Quattro episodi di cui solo l’ultimo è forse degno di qualche menzione; per il resto, tre comici irriconoscibili.
Scordatevi Nico, Rezzonico, Johnny Glamour, Tafazi, i bulgari, Ajeje Brazorf, e tutta la carovana di genialate che hanno fatto ridere per un decennio un intero Paese.

hancockCon Hancock ho personalmente inaugurato questa stagione; erano i primi di settembre.
Faceva ancora molto caldo, e infatti ricordo che alla fine andai a bere una Slalom al Factory.
Ero con Simone (babylon) e parlammo del fatto che Charlize Theron è molto probabilmente la donna più bella del pianeta.
Altro non ricordo di quella serata.

mainatoIl trailer de Il mai nato è una bomba.
Dura un minuto e mezzo e ci sta dentro tutto quello che c’è da vedere: bambini inquietanti con le occhiaie, il culo epocale di Odette Yustman (gnocca dell’anno), Gary Oldman che fa esorcismi, cani con le teste capovolte.
Non vi occorre altro: perché buttare al cesso 87 minuti della vostra vita?

miracolosantannaSpike Lee a ruota libera; tra pericolose operazioni di revisionismo, raccordi temporali che non farebbero fesso nemmeno un ragazzino di 3 anni, neri, tedeschi e italiani che discorrono fluentemente la stessa lingua, sequenze scolastiche e stupidamente didascaliche.
Spike ha dichiarato:”E’ la storia più impegnativa della mia carriera”.
Figuriamoci un po’.
Fortunatamente la gente ha saputo discernere e il film è stato un flop colossale.
Fermatelo. E ridategli i negri di New York.

ombredalpassatoShutter (questo il titolo magicamente tradotto come leggete su) è un avanzo di magazzino della scorsa estate, dunque conti alla mano facente parte della primissima tornata dei film usciti in questa stagione.
Parla di Joshua Jackson che fa il fotografo in Giappone.
Poi ci sono dei fantasmi che appaiono sulla pellicola impressionata.
E alla fine c’è un colpo di scena.
Divertente, no?

ultimatumallaterraA volte mi sorprendo di me stesso, e di come misteriosamente mi vado ad infognare in film che so con certezza assoluta essere delle boiate apocalittiche.
Eppure, me li vedo lo stesso.
Perché?
Aiutatemi.
In questo caso ho letto il titolo, e senza nemmeno stare a pensare che si trattava del remake del capolavoro di Wise, ero già in poltrona.
Aspettavo delle inondazioni, grattacieli a picco, distruzioni di massa…
E invece c’è solo Keanu Reeves.
Cioè, cazzo, Keanu Reeves…

valerieDiario di una ninfomane è un film dove si vedono almeno una ventina di scopate.
Dunque più di un porno.
Però se l’intento è vouyeristico lasciate perdere, vedetevi un porno.
Se l’intento è invece di altra natura consiglierei di dedicare l’equivalente tempo di visione ad altri tipi di pratiche più interessanti tipo che so, giocare a backgammon con un amico immaginario, ad esempio.
Tratto dall’autobiografico bestseller di Valérie Tasso.

valzerconbashirSebbene il mirabile lavoro di animazione ho deciso di “punire” il lodatissimo Valzer con Bashir (ma anche oltremodo contestato un po’ everywhere) per la sua pericolosa – a mio modo di vedere – propaganda che permea il film dall’inizio alla fine.
Dopo l’interessante incipit del sogno (quello con i cani per intenderci; la cosa meglio riuscita della pellicola), l’opera imbocca un sentiero assai azzardato nel quale troppe cose vanno a confluire e dove spesso gli intenti sono mascherati da una ingannatoria presa di posizione dell’autore (film sulla rimozione in senso filosofico, o sul dolore del passato?).
E poi è troppo debole, non affonda quando dovrebbe, tranne farlo nel pessimo e ricattatorio finale.
Infine, retorica davvero da quattro soldi e soprattutto – ribadisco – traballante morale ideologica che lo depone, per quanto mi riguarda, nella “cerchia dei dannati”.

yesmanYes man è una sorta di Bugiardo bugiardo "revisited".
Anche quello non faceva ridere per niente.
Continua l’inarrestabile momento di crisi di Jim Carrey: pessimo decennio per lui, questo che si sta chiudendo.
Ha fatto centro solo con Se mi lasci ti cancello.
postato da: countryfeedback alle ore 00:51 | commenti (13)
domenica, 14 giugno 2009
Quarto anno di blog e, seppure con qualche giorno di ritardo rispetto agli inizi delle passate edizioni, anche stavolta ci siamo: la stagione cinematografica 2008/2009 volge al termine e come gli anni passati (nei post che trovate incolonnati a sinistra sotto le rispettive voci) per un paio di mesi non si leggerà di altro su queste pagine: it’s “classificone-time”!

Le modalità di pubblicazione saranno le stesse dello scorso anno: una vera e propria “chart countdown”; in sostanza, prima un paio di post per discutere dei “peggiori dell’anno” e dei “fuori classifica”, e poi avanti con i titoli che contano risalendo dalla 20esima posizione fino alla prima.

Per chiudere, una piccola nota didascalica per ridefinire invece (per chi non mi conoscesse personalmente) il parametro temporale che ho sempre utilizzato per fare questa graduatoria: i film presi in considerazione sono tutti quelli distribuiti in Italia dal 1° agosto 2008 al 1° luglio 2009, quella che viene comunemente intesa come “Stagione Cinematografica”.
Non ho mai fatto riferimento all’anno di produzione (sebbene li troverete indicati) ma alla distribuzione italiana, per un semplice motivo: a parte rari casi, i ritardi nei lanci delle pellicole negli altri paesi che non siano quello di provenienza, fanno sì che da noi quasi tutti i film targati 2008 (nel caso in questione) arrivino nella prima metà del 2009 rendendo difatti impossibile stilare una classifica di fine anno solare.

E con questo mi pare tutto, si parte al massimo tra 5-6 giorni con la “flop10”, ovvero i 10 film peggiori della stagione.
Stay tuned!
postato da: countryfeedback alle ore 17:09 | commenti (10)
martedì, 09 giugno 2009
Di certo non serviva questo trionfo per decretare Roger Federer “the greatest player ever” (come va dicendo la stampa di mezzo mondo da ieri pomeriggio) ma è innegabile che il quattordicesimo Slam ottenuto ieri sulla terra rossa di Parigi trasformi tutto questo in una sorta di “bolla papale”, un attestato inconfutabile ed incontrovertibile.
Roger ha fatto la storia, ieri.

- 14 Slam come Pete Sampras (ma al magnifico americano fu precluso proprio il Roland Garros)
- Vincitore in tutte e 4 le prove (Melbourne, Parigi, Wimbledon, Flushing Meadows), come solo Rod Laver e Andre Agassi nell’era Open
- 19 finali di Slam come Ivan Lendl (con la differenza che Ivan il terribile uscì vincitore solo in 8 di esse)
- 20 semifinali consecutive di Slam, come a dire che da 5 anni a questa parte, nella peggiore delle ipotesi è tra i 4 contendenti ai titoli finali

Tutto il resto lo conosciamo (i 4 anni e mezzo filati al primo posto, i 5 Wimbledon e i 5 US Open consecutivi…) ma il suggello che è arrivato ieri pomeriggio non lascia più adito a dubbi.

E presumibilmente non è finita qui…


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domenica, 31 maggio 2009
fidelio
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lunedì, 25 maggio 2009
hanekeUn tuffo fuori dal tempo (nel tentativo impossibile ma a quanto pare riuscito di dare ancora espressione ad un periodo storico – la Germania nazista –  già pesantemente sfruttato dalla cinematografia del dopoguerra) regala a Michael Haneke il trionfo a Cannes.
Quarto grande titolo (dopo il doppio memorabile Funny Games, l’intenso La pianista e l’inquieto Niente da nascondere) nella filmografia di uno dei più iconoclasti Autori del panorama contemporaneo.

E’ riuscito ad imporsi nella corsa alla Palma su un parterre di primissimo piano, in un’edizione scoppiettante e stracolma di grossi nomi (Park, Tarantino, Von Trier, Bellocchio, Almodovar…).

A Charlotte Gainsbourg il riconoscimento come miglior attrice per il contestatissimo Antichrist, e a Christoph Waltz il premio come miglior attore nell’applaudito Bastardi senza gloria.

Chan-wook Park, il mio pupillo, si “accontenta” del Premio della Giuria cinque anni dopo il Gran Prix per il Capolavoro Oldboy.

Qui la lista completa dei vincitori.
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lunedì, 18 maggio 2009
locandina
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