
Volevo iniziare questo post citando la storica frase di Larry Katz del Boston Herald (“Nel mondo ci sono solo due tipi di persone: quelle che adorano Bruce Springsteen e quelle che non l'hanno mai visto in concerto”) ma poi ho pensato che usare un tale grimaldello introduttivo per poi argomentare lungamente sulle qualità del Boss come performer non rendesse piena giustizia ad un atto che sento come doveroso…
Troppa retorica, uno stereotipo trito e ritrito, ed una superflua constatazione dei fatti: non esattamente quello che ho in mente.
Magari sarebbe meglio cominciare e basta, come si fa col rock ‘n roll quando si deve attaccare con un pezzo…. One, two, three, four… quante volte Bruce Springsteen avrà intonato questo incipit?
Innumerevoli certo, ma non è mai abbastanza… e poi c’è sempre qualcuno che deve dare il tempo, accendere l’interruttore, asfaltare la strada.
32 anni sono passati dalla profezia di Jon Landau (“Ho visto il futuro del rock'n'roll e il suo nome è Bruce Springsteen”) e siamo ancora nel bel mezzo della festa… sempre a correre, cantare, ballare. Chiudere gli occhi e sperare, di esserci sempre, di non mollare la presa, di continuare a lottare.
E sperare: il sogno Americano è perduto ma poco importa.
Ci sono stato, alla festa.
Caserta, domenicaottoottobreduemilaesei; eravamo 7.000, penso.
Il Boss (perché a lui non piace esser chiamato così, ma mai “nick” fu più azzeccato) traveste di folk la sua chitarra e avvolge nel caldo abbraccio del country delle radici la sua voce: Pete Seeger è il riferimento, ma soprattutto l’America rurale e bellissima di un tempo andato.
Non ci sono i fraterni compagni della E-street band ma una comitiva di eccellenti musicisti “roots” che sanno dare il giusto supporto a chi, come sempre lontano da ogni prevedibile mossa strategico-commerciale, decide di uscire nei negozi ad un anno di distanza dal suo precedente disco (solista) con un tributo ai padri ispiratori: un album di cover coperte dalla polvere e bagnate dal vino.
“We shall overcome”, un mantra potente ed evocativo ma anche una lezione di diritto civile… ed uno di quei rari gioielli musicali che solo un artista eccelso può avere l’illuminazione di concepire.
Ed è proprio una sorta di illuminazione divina quella che guida le sapienti gesta di Bruce Springsteen da 35 anni a questa parte: bisogna esserci per capire quanta verità ci sia nel monito di Larry Katz.
L’avvio è travolgente: John Henry e Old Dan Tucker suonano come una vera e propria dichiarazione d’intenti… Bruce ci invita alla festa, è ufficiale.
Ci chiede di lasciare da parte ogni travaglio quotidiano, di pensare solo allo show, di dedicare due ore e mezza al nostro benessere mentale e spirituale.
Io accetto, ed in cambio ottengo una buona manciata di canzoni “Seegeriane”, una Adam raised a Cain irriconoscibile e anche un’affascinante rivisitazione del suo primo lontanissimo cavallo di battaglia: Growin ‘up…..
Poi è la volta del recentissimo passato (una struggente versione di Devils & dust ed una assai avvincente di Long time comin’) e di un rockabilly alla Jerry Lee Lewis (Open all night uscita direttamente dai juke-box di “Happy days”).
Ma è la voce dei campi che richiama a raccolta: Jacob’s ladder dimostra che i 57 anni di Springsteen sono un bluff e Pay me my money down che è sempre e comunque il più grande frontman di tutti i tempi.
C’è tempo per una cinquina finale di brani, di cui solo uno (My city of ruins, tanto per ribadire che come l’ha cantato lui l’11 settembre non è riuscito a farlo nessuno) appartenente al suo repertorio.
Poi il rito (messianico? Probabile… dalla mia postazione ho visto un coinvolgimento che mi ha commosso e accarezzato il cuore: in tanti anni di frequentazioni di stadi e palazzetti non ho mai avvertito un’intensità di questa portata… tutti uniti per non disperdere l’aura di magia) termina, il Boss saluta e rinnova le sue promesse.
Quelle che ci hanno fatto crescere in questi anni tenendoci per mano fino al prossimo incontro, cullandoci tra le aspre tortuosità della vita e ricordandoci che in fondo si tratta sempre di avere la forza di battere il quattro, di dare il tempo.
One, two, three, four…
Grazie Bruce.
Troppa retorica, uno stereotipo trito e ritrito, ed una superflua constatazione dei fatti: non esattamente quello che ho in mente.
Magari sarebbe meglio cominciare e basta, come si fa col rock ‘n roll quando si deve attaccare con un pezzo…. One, two, three, four… quante volte Bruce Springsteen avrà intonato questo incipit?
Innumerevoli certo, ma non è mai abbastanza… e poi c’è sempre qualcuno che deve dare il tempo, accendere l’interruttore, asfaltare la strada.
32 anni sono passati dalla profezia di Jon Landau (“Ho visto il futuro del rock'n'roll e il suo nome è Bruce Springsteen”) e siamo ancora nel bel mezzo della festa… sempre a correre, cantare, ballare. Chiudere gli occhi e sperare, di esserci sempre, di non mollare la presa, di continuare a lottare.
E sperare: il sogno Americano è perduto ma poco importa.
Ci sono stato, alla festa.
Caserta, domenicaottoottobreduemilaesei; eravamo 7.000, penso.
Il Boss (perché a lui non piace esser chiamato così, ma mai “nick” fu più azzeccato) traveste di folk la sua chitarra e avvolge nel caldo abbraccio del country delle radici la sua voce: Pete Seeger è il riferimento, ma soprattutto l’America rurale e bellissima di un tempo andato.
Non ci sono i fraterni compagni della E-street band ma una comitiva di eccellenti musicisti “roots” che sanno dare il giusto supporto a chi, come sempre lontano da ogni prevedibile mossa strategico-commerciale, decide di uscire nei negozi ad un anno di distanza dal suo precedente disco (solista) con un tributo ai padri ispiratori: un album di cover coperte dalla polvere e bagnate dal vino.
“We shall overcome”, un mantra potente ed evocativo ma anche una lezione di diritto civile… ed uno di quei rari gioielli musicali che solo un artista eccelso può avere l’illuminazione di concepire.
Ed è proprio una sorta di illuminazione divina quella che guida le sapienti gesta di Bruce Springsteen da 35 anni a questa parte: bisogna esserci per capire quanta verità ci sia nel monito di Larry Katz.
L’avvio è travolgente: John Henry e Old Dan Tucker suonano come una vera e propria dichiarazione d’intenti… Bruce ci invita alla festa, è ufficiale.
Ci chiede di lasciare da parte ogni travaglio quotidiano, di pensare solo allo show, di dedicare due ore e mezza al nostro benessere mentale e spirituale.
Io accetto, ed in cambio ottengo una buona manciata di canzoni “Seegeriane”, una Adam raised a Cain irriconoscibile e anche un’affascinante rivisitazione del suo primo lontanissimo cavallo di battaglia: Growin ‘up…..
Poi è la volta del recentissimo passato (una struggente versione di Devils & dust ed una assai avvincente di Long time comin’) e di un rockabilly alla Jerry Lee Lewis (Open all night uscita direttamente dai juke-box di “Happy days”).
Ma è la voce dei campi che richiama a raccolta: Jacob’s ladder dimostra che i 57 anni di Springsteen sono un bluff e Pay me my money down che è sempre e comunque il più grande frontman di tutti i tempi.
C’è tempo per una cinquina finale di brani, di cui solo uno (My city of ruins, tanto per ribadire che come l’ha cantato lui l’11 settembre non è riuscito a farlo nessuno) appartenente al suo repertorio.
Poi il rito (messianico? Probabile… dalla mia postazione ho visto un coinvolgimento che mi ha commosso e accarezzato il cuore: in tanti anni di frequentazioni di stadi e palazzetti non ho mai avvertito un’intensità di questa portata… tutti uniti per non disperdere l’aura di magia) termina, il Boss saluta e rinnova le sue promesse.
Quelle che ci hanno fatto crescere in questi anni tenendoci per mano fino al prossimo incontro, cullandoci tra le aspre tortuosità della vita e ricordandoci che in fondo si tratta sempre di avere la forza di battere il quattro, di dare il tempo.
One, two, three, four…
Grazie Bruce.







