VIOLENT COP (1989)
SONATINE (1993)
HANA-BI – FIORI DI FUOCO (1997)

Scegliere solo tre titoli per racchiudere l’estetica e la cifra stilistica di uno dei massimi Autori cinematografici degli ultimi 20 anni non è stato semplice; alla fine ho deciso di affidarmi alla memoria e utilizzare le scene dei suoi film che più mi sono rimaste impresse come unità di misura per valutare le mie preferenze…
…ed il risultato è che provengono tutte da questi 3 straordinari, sorprendenti e folgoranti Capolavori.
Eppure è stata la seconda visione di Dolls (la sua cosa migliore del decennio in corso) che mi ha spronato ad approfondire nuovamente lo studio dell’Arte di “Beat” Takeshi Kitano; che è alta, superiore, immaginifica... fortemente ancorata alla tradizione (nipponica) ma allo stesso tempo capace di utilizzare i criteri visivi e concettuali occidentali (c’è il western di Peckinpah e il “revenge-movie” di Eastwood, il noir ed il grottesco) con un vigore ed una passione incontenibili.
Ma soprattutto c’è una poetica struggente e malinconica (da brividi il finale di Hana-bi) come amaro e disilluso contrappunto dell’inevitabile, ed un costante (e imprevedibile) ribaltamento dei canoni narrativi tradizionali: Sonatine attraversa 4 sottogeneri prima di giungere all’epilogo, ma in genere ogni suo film è pervaso da un senso della sorpresa e dello stupore.
C’è anche molto Giappone, come scrivevo, ed ecco allora i lunghissimi primi piani statici (quasi sempre su Kitano stesso, attore del quale non si parla mai, troppo rapiti dalle sue immense qualità di regista – che poi è paradossale anche questo, visto che prima di esordire [con Violent Cop, appunto] Takeshi [ma si faceva chiamare “Beat”] faceva lo showman comico in tv!) e delle carrellate lentissime ed estremamente “contemplative”.
Grande cinema di emozioni, per niente incline a compromessi di nessun tipo, coraggioso, creativo e sempre pronto a stupire: Kitano ha avuto anche il notevolissimo pregio di costruire uno stile proprio e personale sin dall’esordio (cosa rarissima) mantenendo in tutte le altre opere a seguire il suo “marchio” inconfondibile.
Continuamente idolatrato dalla critica internazionale (a ragione) è stato capace di reinventarsi anche dopo l’incidente in moto che quasi gli costò la vita (1995) introducendo connotazioni a volte anche mistiche nei film successivi… ma senza mai cadere nei tranelli del sentimentalismo fine a se stesso e rinnovando, di pellicola in pellicola, il significato della parola “originale”.
Per certi punti di vista, forse il migliore in assoluto dei registi orientali… anche più dei vecchi Maestri.
Ho gia pubblicato:
Chan-wook Park: 3 film [ORIENTE #1]
Ki-duk Kim: 3 film [ORIENTE #2]
E il prossimo sarà:
Kar-wai Wong: 3 film [ORIENTE #4]
SONATINE (1993)
HANA-BI – FIORI DI FUOCO (1997)

Scegliere solo tre titoli per racchiudere l’estetica e la cifra stilistica di uno dei massimi Autori cinematografici degli ultimi 20 anni non è stato semplice; alla fine ho deciso di affidarmi alla memoria e utilizzare le scene dei suoi film che più mi sono rimaste impresse come unità di misura per valutare le mie preferenze…
…ed il risultato è che provengono tutte da questi 3 straordinari, sorprendenti e folgoranti Capolavori.
Eppure è stata la seconda visione di Dolls (la sua cosa migliore del decennio in corso) che mi ha spronato ad approfondire nuovamente lo studio dell’Arte di “Beat” Takeshi Kitano; che è alta, superiore, immaginifica... fortemente ancorata alla tradizione (nipponica) ma allo stesso tempo capace di utilizzare i criteri visivi e concettuali occidentali (c’è il western di Peckinpah e il “revenge-movie” di Eastwood, il noir ed il grottesco) con un vigore ed una passione incontenibili.
Ma soprattutto c’è una poetica struggente e malinconica (da brividi il finale di Hana-bi) come amaro e disilluso contrappunto dell’inevitabile, ed un costante (e imprevedibile) ribaltamento dei canoni narrativi tradizionali: Sonatine attraversa 4 sottogeneri prima di giungere all’epilogo, ma in genere ogni suo film è pervaso da un senso della sorpresa e dello stupore.
C’è anche molto Giappone, come scrivevo, ed ecco allora i lunghissimi primi piani statici (quasi sempre su Kitano stesso, attore del quale non si parla mai, troppo rapiti dalle sue immense qualità di regista – che poi è paradossale anche questo, visto che prima di esordire [con Violent Cop, appunto] Takeshi [ma si faceva chiamare “Beat”] faceva lo showman comico in tv!) e delle carrellate lentissime ed estremamente “contemplative”.
Grande cinema di emozioni, per niente incline a compromessi di nessun tipo, coraggioso, creativo e sempre pronto a stupire: Kitano ha avuto anche il notevolissimo pregio di costruire uno stile proprio e personale sin dall’esordio (cosa rarissima) mantenendo in tutte le altre opere a seguire il suo “marchio” inconfondibile.
Continuamente idolatrato dalla critica internazionale (a ragione) è stato capace di reinventarsi anche dopo l’incidente in moto che quasi gli costò la vita (1995) introducendo connotazioni a volte anche mistiche nei film successivi… ma senza mai cadere nei tranelli del sentimentalismo fine a se stesso e rinnovando, di pellicola in pellicola, il significato della parola “originale”.
Per certi punti di vista, forse il migliore in assoluto dei registi orientali… anche più dei vecchi Maestri.
Ho gia pubblicato:
Chan-wook Park: 3 film [ORIENTE #1]
Ki-duk Kim: 3 film [ORIENTE #2]
E il prossimo sarà:
Kar-wai Wong: 3 film [ORIENTE #4]







