Songs for the deaf (Queens of the stone age, 2002)

Voglio scrivere qualcosa su questo “miracolo” sin da quando ho aperto il blog.
Adesso mi avvicino al 100° post (che sarà speciale, almeno per me, visto che – nonostante la sua banalità – l’ho concepito il giorno stesso in cui “diedi alla luce” countryfeedback) e mi rendo conto di aver aspettato davvero troppo.
Quel troppo che solitamente ti fa oltrepassare la soglia dell’entusiasmo: niente paura in questo caso, è sufficiente devastarmi i timpani con il folle Oliveri che urla, posseduto dal sacro furore del rock 'n roll – “GIMME TORO, GIMME SOME MORE!” per far sì che i “fluidi vitali ricomincino di nuovo a circolarmi nelle palle” (chi coglie la citazione?).
Songs for the deaf è in assoluto uno dei 5 dischi che ho ascoltato di più in questi miei primi 31 anni di vita ma è, soprattutto, il mio disco hard 'n heavy preferito di sempre.
E chi scrive è un vecchio metallaro – uno che prima della svolta del 1997/98 (dovuta ai 4 amatissimi di Athens, GA.) divorava come un rullo compressore decine e decine di canzoni “al fulmicotone”; uno che riusciva a suonare di fila – al basso – un disco intero di Steve Harris… insomma, fatemelo dire perdio, uno che poteva dire la sua quando si parlava di chitarre compresse e doppia cassa.
Eppure,
quando comprai le Canzoni per i sordi a Disco Augusto (noto "commerciante" frusinate) mi si ribaltarano tutte le prospettive: quel fottuto genio di Josh Homme è stato capace di condensare un trentennio di musica “dura” in un dischetto; essenza sublime – completamente priva dei tremendi cliché portati avanti per anni dalla quasi totalità della compagine “metallara” - e per questo irripetibile di un intero modo di concepire il rockarolla.
Non c’è davvero bisogno di niente altro qualora si voglia spingere il pedale sull’accelleratore: si parte con Millionaire e attraverso la ritmica sincopata (sempre nuova ad ogni ascolto) di No one knows, le dinamiche senza tregua di First it giveth e Go with the flow, le sabbathiane A song for the dead e God is in the radio (meraviglioso Lanegan, meraviglioso Grohl), le taglienti Hangin’ tree e Gonna leave you si arriva all’epilogo doom di A song for the deaf senza respiro.
Col motore ancora acceso ma privo della forza di andare avanti ancora solo di un metro; ma ci si arriva con l’adrenalina a mille, col sangue che rischia di schizzarti dalle orbite per la velocità, col cuore che ti pompa l’entusiasmo di quando volevi spaccare il mondo.
Perché se c’hai lo spirito rockarolla, cazzo, il mondo lo vorrai spaccare sempre.
Do it again.

