... 6 Capolavori che mi son detto: ”Porca troia, questi sono sei Capolavori!”, solo dopo averli ascoltati un milione di volte. Insomma quelle sviste che capitano a tutti ma che nessuno ha mai il coraggio di dichiarare. E poi ecco, per la prima (e ultima) volta ho finalmente messo su anch’io un titolo di post chilometrico… proprio come andava di moda un paio di anni fa…

R.E.M. FABLES OF THE RECONSTRUCTION (1985)
Le favole della ricostruzione (o la ricostruzione delle favole) partono da lontano... ma come sempre avviene per le cose belle, è alla lunga che dimostrano il loro vero valore.
Da 10 anni a questa parte i (o “gli”, per i puristi) R.E.M. sono il mio gruppo preferito ed è perfettamente lecito supporre che così continuerà ad essere nei secoli dei secoli, per questioni tutte mie che è inutile e noioso scrivere.
Comunque li ho visti tre volte dal vivo e ho tutte quelle cose a casa che di solito hanno i fan blablabla… tutte chiacchiere e distintivo.
Anyway,
delle gemme del periodo I.R.S. (i veri R.E.M., come diciamo in molti – e non che non abbiano sfornato Capolavori dopo il contrattone con la WB, ci mancherebbe!) per questo lavoro proprio non riuscivo ad esaltarmi come avrei desiderato.
Cioè, ovvio, c’è Feeling gravitys pull, Driver 8, Maps & legend...
E poi Life and how to live it, Old man Kensey, Can’t get there from here...
Ah, pure Green grow the rushes e Wendell Gee, che sono Louisiana e Georgia e il fango del Mississippi…
Eppure qualcosa non mi tornava (non saprei nemmeno specificare bene cosa… magari non coglievo il miracoloso impasto di folk/country/rock imbevuto di sudore sudista e odori di lontane ferrovie e prati sterminati a vista d’occhio?) e c’è voluto un po’ per afferrare il senso compiuto di questo travagliato terzo parto dei magnifici-quattro-di-Athens…
Ma adesso ci sono, posso dirlo anch’io:
Fables of the reconstruction è un Capolavoro! (minchia, quanto c’è voluto…)
WIRE PINK FLAG (1977)
Io non lo so se questo è un disco punk (il sound è quello della Londra di fine ’70 ma tutto il resto è decostruzione di un mito) e sinceramente poco mi interessa...
Alla stregua di London Calling (del quale è davvero troppo facile discorrere), l’esordio dei Wire è quello che potrebbe far ricredere anche il più accanito detrattore di quell’ epico momento storico: una camionata di fulminanti e liberatorie tracce (21) arrivate a condensare un’idea rivoluzionaria, utopistica, straordinaria.
E come London Calling (del quale è sempre troppo facile discorrere) c’è proprio tutto qui dentro: boogie-boogie, pop, rockarolla, speed/thrash e, ovvio, il miglior punk che io abbia mai ascoltato.
LOW THINGS WE LOST IN THE FIRE (2001)
Alan Sparhawk è una figura mitologica.
I Low sono una band (?) fuori dal tempo, dai comuni canoni estetici e filologici che si usano per valutare, considerare, o anche semplicemente inquadrare una realtà.
Parlai di uno dei loro capolavori in questo post, perché sentii doveroso omaggiare due persone (Alan e sua moglie, l’angelo Mimi Parker) che hanno letteralmente “capottato” il mio modo di ascoltare (ma soprattutto di comporre e suonare).
Dal 2005 (ma vi giuro che sembra passata una vita) e dai primi approcci con quello che resta il mio loro favorito (The great destroyer) ho avuto il privilegio di vivere un’esperienza musicale intensa e totalizzante come poche.
Forse la cosa più intima e privata che mi sia mai capitata, ascoltando un disco.
Anzi, senza il forse.
Things we lost in the fire è quello che mi ha spiazzato di più: mi ha fatto sudare sul serio.
Poi ho capito perché.
E’ il loro massimo Capolavoro.
CAT POWER THE GREATEST (2006)
Diciamo che in un altra vita, se avessi un harem, una delle ospiti potrebbe essere Chan Marshall.
Diciamo che questo poco c’entra con la valutazione della sua arte, così come poco c’entra il fatto che, nonostante la questione dell’harem, è più facile nutrire una scarsa empatia nei suoi confronti che un sano sentimento di affezione.
Diciamo pure che sto scrivendo un sacco di parole vuote, perché è tanta la profondità e lo spessore artistico (e umano) di questa pietra miliare del decennio in corso che davvero ben poco mi resta da aggiungere.
Se non arrendermi di fronte all’evidenza di un miracolo: quello che aiuta a reggere lo sconvolgente equilibrio emotivo del disco; su un filo, gioia e disperazione a braccetto, a guardarsi, a soppesarsi, a ballare un valzer insieme.
E poi diciamo pure che la title-track, The Greatest, è una delle più grandi canzoni dell’intera storia del rock al femminile.
Diciamolo.
SURFJAN STEVENS COME ON FEEL THE ILLINOISE (2005)
Quest’uomo è un pazzo.
Così pazzo che alla fine riuscirà pure nel suo intento (quello di incidere un disco a tema per ognuno dei 50 stati americani), così pazzo che ci vuole più tempo a leggere i titoli delle sue canzoni che ad ascoltarle, così pazzo che quello che inventa diviene materia di inclassificabile entità: schizoidi fughe senza paracadute e senza il minimo controllo.
Illinoise è un’opera d’arte che mi si è rivelata in tutta la sua enormità solo dopo un anno e passa di ascolti (e la presenza in Little Miss Sunshine), ma adesso ne sono ammaliato e rapito…
E’ come ascoltare 10 dischi tutti insieme, perfettamente coordinati e guidati da una sapiente mano di Maestro.
Come on, feel the Illinoise!!!
NEIL YOUNG ON THE BEACH (1974)
Ho comprato questo disco diversi anni fa.
E l’ho messo su diverse volte, sempre rapito dalla dolorosa e catartica title-track… 7 minuti di altalene del cuore.
Ma è con il tempo, come ho già scritto, che il carattere viene fuori in maniera ancor più imperiosa e definitiva; il carattere di On the beach è quello che servirebbe per consegnare un artista alla Storia indipendentemente dal suo passato o dal suo futuro.
Un disco che è come la sua copertina: cose sepolte nella sabbia, e tempo per sedersi e ricordarle, e una vista su un mare invernale, e la strada che c’era prima e che ora non c’è più.
Il vecchio leone al suo massimo.

R.E.M. FABLES OF THE RECONSTRUCTION (1985)
Le favole della ricostruzione (o la ricostruzione delle favole) partono da lontano... ma come sempre avviene per le cose belle, è alla lunga che dimostrano il loro vero valore.
Da 10 anni a questa parte i (o “gli”, per i puristi) R.E.M. sono il mio gruppo preferito ed è perfettamente lecito supporre che così continuerà ad essere nei secoli dei secoli, per questioni tutte mie che è inutile e noioso scrivere.
Comunque li ho visti tre volte dal vivo e ho tutte quelle cose a casa che di solito hanno i fan blablabla… tutte chiacchiere e distintivo.
Anyway,
delle gemme del periodo I.R.S. (i veri R.E.M., come diciamo in molti – e non che non abbiano sfornato Capolavori dopo il contrattone con la WB, ci mancherebbe!) per questo lavoro proprio non riuscivo ad esaltarmi come avrei desiderato.
Cioè, ovvio, c’è Feeling gravitys pull, Driver 8, Maps & legend...
E poi Life and how to live it, Old man Kensey, Can’t get there from here...
Ah, pure Green grow the rushes e Wendell Gee, che sono Louisiana e Georgia e il fango del Mississippi…
Eppure qualcosa non mi tornava (non saprei nemmeno specificare bene cosa… magari non coglievo il miracoloso impasto di folk/country/rock imbevuto di sudore sudista e odori di lontane ferrovie e prati sterminati a vista d’occhio?) e c’è voluto un po’ per afferrare il senso compiuto di questo travagliato terzo parto dei magnifici-quattro-di-Athens…
Ma adesso ci sono, posso dirlo anch’io:
Fables of the reconstruction è un Capolavoro! (minchia, quanto c’è voluto…)
WIRE PINK FLAG (1977)
Io non lo so se questo è un disco punk (il sound è quello della Londra di fine ’70 ma tutto il resto è decostruzione di un mito) e sinceramente poco mi interessa...
Alla stregua di London Calling (del quale è davvero troppo facile discorrere), l’esordio dei Wire è quello che potrebbe far ricredere anche il più accanito detrattore di quell’ epico momento storico: una camionata di fulminanti e liberatorie tracce (21) arrivate a condensare un’idea rivoluzionaria, utopistica, straordinaria.
E come London Calling (del quale è sempre troppo facile discorrere) c’è proprio tutto qui dentro: boogie-boogie, pop, rockarolla, speed/thrash e, ovvio, il miglior punk che io abbia mai ascoltato.
LOW THINGS WE LOST IN THE FIRE (2001)
Alan Sparhawk è una figura mitologica.
I Low sono una band (?) fuori dal tempo, dai comuni canoni estetici e filologici che si usano per valutare, considerare, o anche semplicemente inquadrare una realtà.
Parlai di uno dei loro capolavori in questo post, perché sentii doveroso omaggiare due persone (Alan e sua moglie, l’angelo Mimi Parker) che hanno letteralmente “capottato” il mio modo di ascoltare (ma soprattutto di comporre e suonare).
Dal 2005 (ma vi giuro che sembra passata una vita) e dai primi approcci con quello che resta il mio loro favorito (The great destroyer) ho avuto il privilegio di vivere un’esperienza musicale intensa e totalizzante come poche.
Forse la cosa più intima e privata che mi sia mai capitata, ascoltando un disco.
Anzi, senza il forse.
Things we lost in the fire è quello che mi ha spiazzato di più: mi ha fatto sudare sul serio.
Poi ho capito perché.
E’ il loro massimo Capolavoro.
CAT POWER THE GREATEST (2006)
Diciamo che in un altra vita, se avessi un harem, una delle ospiti potrebbe essere Chan Marshall.
Diciamo che questo poco c’entra con la valutazione della sua arte, così come poco c’entra il fatto che, nonostante la questione dell’harem, è più facile nutrire una scarsa empatia nei suoi confronti che un sano sentimento di affezione.
Diciamo pure che sto scrivendo un sacco di parole vuote, perché è tanta la profondità e lo spessore artistico (e umano) di questa pietra miliare del decennio in corso che davvero ben poco mi resta da aggiungere.
Se non arrendermi di fronte all’evidenza di un miracolo: quello che aiuta a reggere lo sconvolgente equilibrio emotivo del disco; su un filo, gioia e disperazione a braccetto, a guardarsi, a soppesarsi, a ballare un valzer insieme.
E poi diciamo pure che la title-track, The Greatest, è una delle più grandi canzoni dell’intera storia del rock al femminile.
Diciamolo.
SURFJAN STEVENS COME ON FEEL THE ILLINOISE (2005)
Quest’uomo è un pazzo.
Così pazzo che alla fine riuscirà pure nel suo intento (quello di incidere un disco a tema per ognuno dei 50 stati americani), così pazzo che ci vuole più tempo a leggere i titoli delle sue canzoni che ad ascoltarle, così pazzo che quello che inventa diviene materia di inclassificabile entità: schizoidi fughe senza paracadute e senza il minimo controllo.
Illinoise è un’opera d’arte che mi si è rivelata in tutta la sua enormità solo dopo un anno e passa di ascolti (e la presenza in Little Miss Sunshine), ma adesso ne sono ammaliato e rapito…
E’ come ascoltare 10 dischi tutti insieme, perfettamente coordinati e guidati da una sapiente mano di Maestro.
Come on, feel the Illinoise!!!
NEIL YOUNG ON THE BEACH (1974)
Ho comprato questo disco diversi anni fa.
E l’ho messo su diverse volte, sempre rapito dalla dolorosa e catartica title-track… 7 minuti di altalene del cuore.
Ma è con il tempo, come ho già scritto, che il carattere viene fuori in maniera ancor più imperiosa e definitiva; il carattere di On the beach è quello che servirebbe per consegnare un artista alla Storia indipendentemente dal suo passato o dal suo futuro.
Un disco che è come la sua copertina: cose sepolte nella sabbia, e tempo per sedersi e ricordarle, e una vista su un mare invernale, e la strada che c’era prima e che ora non c’è più.
Il vecchio leone al suo massimo.







