La grande abbuffata (Marco Ferreri, 1973)
Salò, o le 120 giornate di Sodoma (Pier Paolo Pasolini, 1975)
C’è stato un tempo, qui in Italia, nel quale si era coraggiosi.
Un tempo nel quale esistevano poeti anarchici ed insurrezionalisti che urlavano e lanciavano granate sui palazzi del potere, nel quale non esistevano briglie che tenessero a freno le parole incandescenti ed i pensieri deflagranti, nel quale la liberta di espressione artistica non conosceva barriere né sovrastrutture.
Proprio qui, in Italia, trenta anni fa.
Pasolini e Ferreri avevano un grosso comune denominatore: facevano film come se fosse sempre l’ultima volta, lo sguardo definitivo, il ciak d’addio.
E andavano oltre ogni morale, scavalcando gli steccati dell’etica comune, infrangendo i tabù e mettendo in mostra tutto il nero dell’uomo.
E’ il nero il colore che si trova in fondo all’anima, quando si scava così in fondo che non rimane più niente… ma solo l’antropologica essenza della “persona”.
E’ il nero il colore della loro opera.
E nero è il colore di questi due film.
La grande abbuffata è il massimo Capolavoro italiano degli anni 70 (e non solo); Salò è il film più estremo della storia del Cinema.
La grande abbuffata è un iconoclasta ed irriverente allegoria contro il consumismo e i “tempi moderni”: in anticipo di decenni è un saggio da Accademia sul rapporto tra sesso, cibo e morte; provocatorio e sarcastico, rimane ancora oggi un modello anche di recitazione (immenso Tognazzi, il migliore del quartetto).
Salò è un viaggio all’Inferno, nel cuore delle tenebre più nere, immensamente più buie di quelle immaginate da Conrad e Coppola: violento, malvagio, insostenibile, eccessivo, disperato, maledetto.
E fu l’ultimo grido di Pasolini: col senno di poi, ha un senso anche questo; è difficile andare avanti dopo un salto del genere.
Estremizzazione oltre misura del Capolavoro di Ferreri, contiene tutto quello che mai nessuno ha osato riprodurre su schermo, ed è ancora oggi rifiutato da molti proprio perché arriva in un determinato modo a far leva sul nero che è dentro ognuno di noi… e si sa, è più facile non accettare le cose piuttosto che affrontarle.
Oltre i limiti; proprio qui, in Italia, quando ancora esisteva una parola chiamata coraggio.
C’è stato un tempo, qui in Italia, nel quale si era coraggiosi.Un tempo nel quale esistevano poeti anarchici ed insurrezionalisti che urlavano e lanciavano granate sui palazzi del potere, nel quale non esistevano briglie che tenessero a freno le parole incandescenti ed i pensieri deflagranti, nel quale la liberta di espressione artistica non conosceva barriere né sovrastrutture.
Proprio qui, in Italia, trenta anni fa.
Pasolini e Ferreri avevano un grosso comune denominatore: facevano film come se fosse sempre l’ultima volta, lo sguardo definitivo, il ciak d’addio.
E andavano oltre ogni morale, scavalcando gli steccati dell’etica comune, infrangendo i tabù e mettendo in mostra tutto il nero dell’uomo.
E’ il nero il colore che si trova in fondo all’anima, quando si scava così in fondo che non rimane più niente… ma solo l’antropologica essenza della “persona”.
E’ il nero il colore della loro opera.
E nero è il colore di questi due film.
La grande abbuffata è il massimo Capolavoro italiano degli anni 70 (e non solo); Salò è il film più estremo della storia del Cinema.
La grande abbuffata è un iconoclasta ed irriverente allegoria contro il consumismo e i “tempi moderni”: in anticipo di decenni è un saggio da Accademia sul rapporto tra sesso, cibo e morte; provocatorio e sarcastico, rimane ancora oggi un modello anche di recitazione (immenso Tognazzi, il migliore del quartetto).
Salò è un viaggio all’Inferno, nel cuore delle tenebre più nere, immensamente più buie di quelle immaginate da Conrad e Coppola: violento, malvagio, insostenibile, eccessivo, disperato, maledetto.
E fu l’ultimo grido di Pasolini: col senno di poi, ha un senso anche questo; è difficile andare avanti dopo un salto del genere.
Estremizzazione oltre misura del Capolavoro di Ferreri, contiene tutto quello che mai nessuno ha osato riprodurre su schermo, ed è ancora oggi rifiutato da molti proprio perché arriva in un determinato modo a far leva sul nero che è dentro ognuno di noi… e si sa, è più facile non accettare le cose piuttosto che affrontarle.
Oltre i limiti; proprio qui, in Italia, quando ancora esisteva una parola chiamata coraggio.







