Cosa rimane del grido di battaglia della Bay Area di Frisco a 25 anni dalla sua prima irruzione?
Poco e niente, in relazione all’incredibile mole di dischi sfornati; ma nonostante tutto è impossibile rimuovere dai cuori di chi, come me, queste cose le ha vissute in prima persona, i ricordi, le sensazioni e l’importanza di canzoni e di un intero movimento che ha cambiato costumi e società.
Ebbene sì, io ero un metallaro.
Anzi, non ho timore né provo falsa modestia ad ammettere di esser stato davvero un’”espertone” in materia: uno che davvero ha sentito tutta la roba (anche la più inascoltabile – vedi Deicide, Carcass, e tutto il grind ante-litteram) che passava in quegli anni, e che faceva le corse in edicola per fare scorta dei vari Metal Shock, Metal Hammer, Rock Hard, Flash e compagnia varia.
Uno che ha iniziato a suonare il basso elettrico dopo aver visto i Maiden dal vivo, e che faceva di tutto per stare negli snake-pit (o lì vicino) per pogare durante tutti i santi concerti.
Insomma, io c’ero.
Sono stato un metallaro d.o.c. nel periodo che è intercorso tra il 1991 e il 1998.
Poi ho sbattuto la capoccia su Rush, Tori Amos e R.E.M., ed è cambiato tutto.
Ma quella è un’altra storia, e visto che sono passati 10 anni dal mio “addio” a chitarroni e doppie casse ho pensato di scrivere qualche post per rievocare quell’infuocato, indimenticabile e bellissimo periodo.
Ho scelto la mia consueta strada: elencare 20 dischi di rock duro e metal (aiutandomi col classico sistema del “non più di un lavoro per ogni band”) che erano il pane e l’acqua delle mie giornate.
In alcuni casi (Maiden, Sabbath, Slayer) è stato difficilissimo sceglierne solo uno perché in quelle canzoni c’era davvero tutto il mio mondo; tuttavia credo di avercela fatta.
Si noterà - nei post successivi - che nel dopo-1998 ci sono solo due dischi, gli unici due lavori hard&heavy dell'ultimo decennio che secondo me meritano una vera grandissima attenzione, e che ho amato (e che amo tuttora) alla follia.
Di uno ne ho già parlato ampiamente (Songs for the deaf, dei QOTSA) ed è, senza ombra di dubbio, il mio preferito tra tutti; è paradossale, se ci pensate, ma è davvero l’unico che riesco a sentire ancora oggi con somma goduria.
Gli altri 19, a parte qualche rarissima eccezione (Kyuss, Black Sabbath) prendono polvere da anni, ma non li dimenticherò mai.
Perchè è da lì che sono partito.
Non essendoci un ordine di gradimento (a parte l’inviolabile primo posto di Songs for the deaf), i lavori sono elencati in senso cronologico: si parte con i 5 più vecchi per poi andare avanti.
Dunque in totale saranno 4 post; buona lettura e (per chi so io) buon revival!
LED ZEPPELIN
LED ZEPPELIN II
(1969)
Gli Zep sono stati la più grande rock 'n roll band degli anni 70, e su questo non sono disposto a discutere.
Li ho conosciuti che ero ancora un ragazzino, e da allora la mia stima è rimasta immutata.
Oggi non li metto più sul piatto, anche per un mero discorso di saturazione di ascolti, ma guardando indietro è impossibile non vedere nel bombardiere marrone una certa miccia che è servita a far deflagrare un nuovo modo di approcciarsi al rock (parlo soprattutto della chitarra di Page e della modalità di registrazione della cassa di Bonzo Bonham).
Il mio preferito dei Led Zeppelin è il III, ma questa è una lista hard&heavy, quindi è una bestemmia omettere Whole Lotta Love e compagnia al seguito.
DEEP PURPLE
IN ROCK
(1970)
Mi piaceva di più la Mark IV, ovvero la formazione con Coverdale e Hughes ma diciamo la verità: i Deep Purple sono tutti qui!
E Speed king, Bloodsucker, Child in time, Into the fire e Living wreck sono i 5 pezzi-chiave di tutta la loro produzione.
Un manipolo di canzoni ormai vecchio di 40 anni che ha segnato sul serio (nel bene e nel male, mi si potrà dire) il corso del tempo.
BLACK SABBATH
PARANOID
(1970)
E dopo l’affermazione sugli Zep di cui sopra, ecco in arrivo un altro inviolabile assioma: il quartetto di Birmingham è la band più importante ed influente di tutta la storia del rock duro (e non solo).
Chiaramente mi riferisco solo al nucleo originario (Ozzy, Toni, Geezer, Bill), titolare di 8 dischi (quasi tutti Capolavori assoluti) spalmati tra il ’70 e il ’78.
Sceglierne uno tra questi (vabbè diciamo tra i primi 6, essendo gli ultimi Technical Ecstasy e Never Say Die assolutamente prescindibili) è come decidere se bere un Sassicaia o un Brunello del ’98.
Io mi avvicinai a quella che è ancora oggi una delle mie band preferite in assoluto acquistando un greatest hits: ci sono voluti meno di 10 minuti per innamorarmi perdutamente e decidere di andare a ripescare poi gli 8 dischi dei ’70.
Alla fine scelgo Paranoid (nonostante i miei eterni pallini per Sabbath bloody sabbath e Sabotage) perché una track-list del genere è folle anche solo pensarla:
War Pigs / Paranoid / Planet Caravan / Iron Man / Electric Funeral / Hand of Doom / Rat Salad / Fairies Wear Boots.
AC/DC
BACK IN BLACK
(1980)
Non ho mai amato particolarmente i 5 canguri australiani, ma QUALSIASI amante dell’hard&heavy è passato per questo Capolavoro (secondo disco più venduto di tutti i tempi dopo Thriller di Michael Jackson) e così anche a me capitò di spendere qualche migliaio di lire, a inizio anni ’90, per comprare il manifesto dei fratelli Young (sebbene i puristi mi ricorderanno che è da ricercare nei lavori con il compianto Bon Scott – Highway to hell in primis – il succo degli AC/DC).
Poi andai avanti acquistando altra roba (compreso il doppio Live del ’92, sia su cd che in vhs) ma fu questione di poco: l’eccessiva monotonia e ripetitività della loro proposta musicale mi annoiarono molto presto, ma su Back in black, ragazzi, non si discute!
OZZY OSBOURNE
DIARY OF A MADMAN
(1981)
Consumando all’eccesso gli 8 lavori dei Sabbath “originali”, fui portato naturalmente a voler approfondire gli esiti delle carriere separate delle due menti principali della band (quella di Ozzy e quella di Toni Iommi, genio assoluto della sei corde nonché “signore dei riffs”!) che ebbero luogo dopo lo split successivo a Never Say Die (1979).
E in questo sono andato dritto come un treno: accantonato ogni interesse per i Black Sabbath con Ronnie James Dio, mi sono diretto senza esitazioni sul madman, visto che i due lavori di inizio ’80 (Blizzard of Ozz e il citato Diary of a madman) lasciavano poco spazio ad eventuali “battaglie”.
C’è da dire che Ozzy ha avuto sempre la fortuna di potersi affiancare ad eccellenti chitarristi (il fu Randy Roads, ma anche Zakk Wylde) ma i canovacci di puro heavy-metal espressi in questi due lavori sono la miglior prosecuzione possibile del lavoro precedente svolto con Iommi & co.
Ho seguito anche il resto della carriera di Ozzy (chiaramente sempre fino al ’98, anno d’addio al metallo) ma è tutto così insulso che non vale nemmeno la pena di citarlo.
Tuttavia, dimenticate il ridicolo personaggio da Mtv di questi anni e andate a ripescare uno che davvero l’ha fatta, la storia...
Poco e niente, in relazione all’incredibile mole di dischi sfornati; ma nonostante tutto è impossibile rimuovere dai cuori di chi, come me, queste cose le ha vissute in prima persona, i ricordi, le sensazioni e l’importanza di canzoni e di un intero movimento che ha cambiato costumi e società.
Ebbene sì, io ero un metallaro.
Anzi, non ho timore né provo falsa modestia ad ammettere di esser stato davvero un’”espertone” in materia: uno che davvero ha sentito tutta la roba (anche la più inascoltabile – vedi Deicide, Carcass, e tutto il grind ante-litteram) che passava in quegli anni, e che faceva le corse in edicola per fare scorta dei vari Metal Shock, Metal Hammer, Rock Hard, Flash e compagnia varia.
Uno che ha iniziato a suonare il basso elettrico dopo aver visto i Maiden dal vivo, e che faceva di tutto per stare negli snake-pit (o lì vicino) per pogare durante tutti i santi concerti.
Insomma, io c’ero.
Sono stato un metallaro d.o.c. nel periodo che è intercorso tra il 1991 e il 1998.
Poi ho sbattuto la capoccia su Rush, Tori Amos e R.E.M., ed è cambiato tutto.
Ma quella è un’altra storia, e visto che sono passati 10 anni dal mio “addio” a chitarroni e doppie casse ho pensato di scrivere qualche post per rievocare quell’infuocato, indimenticabile e bellissimo periodo.
Ho scelto la mia consueta strada: elencare 20 dischi di rock duro e metal (aiutandomi col classico sistema del “non più di un lavoro per ogni band”) che erano il pane e l’acqua delle mie giornate.
In alcuni casi (Maiden, Sabbath, Slayer) è stato difficilissimo sceglierne solo uno perché in quelle canzoni c’era davvero tutto il mio mondo; tuttavia credo di avercela fatta.
Si noterà - nei post successivi - che nel dopo-1998 ci sono solo due dischi, gli unici due lavori hard&heavy dell'ultimo decennio che secondo me meritano una vera grandissima attenzione, e che ho amato (e che amo tuttora) alla follia.
Di uno ne ho già parlato ampiamente (Songs for the deaf, dei QOTSA) ed è, senza ombra di dubbio, il mio preferito tra tutti; è paradossale, se ci pensate, ma è davvero l’unico che riesco a sentire ancora oggi con somma goduria.
Gli altri 19, a parte qualche rarissima eccezione (Kyuss, Black Sabbath) prendono polvere da anni, ma non li dimenticherò mai.
Perchè è da lì che sono partito.
Non essendoci un ordine di gradimento (a parte l’inviolabile primo posto di Songs for the deaf), i lavori sono elencati in senso cronologico: si parte con i 5 più vecchi per poi andare avanti.
Dunque in totale saranno 4 post; buona lettura e (per chi so io) buon revival!
LED ZEPPELINLED ZEPPELIN II
(1969)
Gli Zep sono stati la più grande rock 'n roll band degli anni 70, e su questo non sono disposto a discutere.
Li ho conosciuti che ero ancora un ragazzino, e da allora la mia stima è rimasta immutata.
Oggi non li metto più sul piatto, anche per un mero discorso di saturazione di ascolti, ma guardando indietro è impossibile non vedere nel bombardiere marrone una certa miccia che è servita a far deflagrare un nuovo modo di approcciarsi al rock (parlo soprattutto della chitarra di Page e della modalità di registrazione della cassa di Bonzo Bonham).
Il mio preferito dei Led Zeppelin è il III, ma questa è una lista hard&heavy, quindi è una bestemmia omettere Whole Lotta Love e compagnia al seguito.
DEEP PURPLEIN ROCK
(1970)
Mi piaceva di più la Mark IV, ovvero la formazione con Coverdale e Hughes ma diciamo la verità: i Deep Purple sono tutti qui!
E Speed king, Bloodsucker, Child in time, Into the fire e Living wreck sono i 5 pezzi-chiave di tutta la loro produzione.
Un manipolo di canzoni ormai vecchio di 40 anni che ha segnato sul serio (nel bene e nel male, mi si potrà dire) il corso del tempo.
BLACK SABBATHPARANOID
(1970)
E dopo l’affermazione sugli Zep di cui sopra, ecco in arrivo un altro inviolabile assioma: il quartetto di Birmingham è la band più importante ed influente di tutta la storia del rock duro (e non solo).
Chiaramente mi riferisco solo al nucleo originario (Ozzy, Toni, Geezer, Bill), titolare di 8 dischi (quasi tutti Capolavori assoluti) spalmati tra il ’70 e il ’78.
Sceglierne uno tra questi (vabbè diciamo tra i primi 6, essendo gli ultimi Technical Ecstasy e Never Say Die assolutamente prescindibili) è come decidere se bere un Sassicaia o un Brunello del ’98.
Io mi avvicinai a quella che è ancora oggi una delle mie band preferite in assoluto acquistando un greatest hits: ci sono voluti meno di 10 minuti per innamorarmi perdutamente e decidere di andare a ripescare poi gli 8 dischi dei ’70.
Alla fine scelgo Paranoid (nonostante i miei eterni pallini per Sabbath bloody sabbath e Sabotage) perché una track-list del genere è folle anche solo pensarla:
War Pigs / Paranoid / Planet Caravan / Iron Man / Electric Funeral / Hand of Doom / Rat Salad / Fairies Wear Boots.
AC/DCBACK IN BLACK
(1980)
Non ho mai amato particolarmente i 5 canguri australiani, ma QUALSIASI amante dell’hard&heavy è passato per questo Capolavoro (secondo disco più venduto di tutti i tempi dopo Thriller di Michael Jackson) e così anche a me capitò di spendere qualche migliaio di lire, a inizio anni ’90, per comprare il manifesto dei fratelli Young (sebbene i puristi mi ricorderanno che è da ricercare nei lavori con il compianto Bon Scott – Highway to hell in primis – il succo degli AC/DC).
Poi andai avanti acquistando altra roba (compreso il doppio Live del ’92, sia su cd che in vhs) ma fu questione di poco: l’eccessiva monotonia e ripetitività della loro proposta musicale mi annoiarono molto presto, ma su Back in black, ragazzi, non si discute!
OZZY OSBOURNEDIARY OF A MADMAN
(1981)
Consumando all’eccesso gli 8 lavori dei Sabbath “originali”, fui portato naturalmente a voler approfondire gli esiti delle carriere separate delle due menti principali della band (quella di Ozzy e quella di Toni Iommi, genio assoluto della sei corde nonché “signore dei riffs”!) che ebbero luogo dopo lo split successivo a Never Say Die (1979).
E in questo sono andato dritto come un treno: accantonato ogni interesse per i Black Sabbath con Ronnie James Dio, mi sono diretto senza esitazioni sul madman, visto che i due lavori di inizio ’80 (Blizzard of Ozz e il citato Diary of a madman) lasciavano poco spazio ad eventuali “battaglie”.
C’è da dire che Ozzy ha avuto sempre la fortuna di potersi affiancare ad eccellenti chitarristi (il fu Randy Roads, ma anche Zakk Wylde) ma i canovacci di puro heavy-metal espressi in questi due lavori sono la miglior prosecuzione possibile del lavoro precedente svolto con Iommi & co.
Ho seguito anche il resto della carriera di Ozzy (chiaramente sempre fino al ’98, anno d’addio al metallo) ma è tutto così insulso che non vale nemmeno la pena di citarlo.
Tuttavia, dimenticate il ridicolo personaggio da Mtv di questi anni e andate a ripescare uno che davvero l’ha fatta, la storia...

