Continua il viaggio nel tempo iniziato una settimana fa: eccovi la successiva cinquina.
E visto che andiamo a toccare alcuni anni importanti, prevengo eventuali “rimostranze” su presunte gravi assenze affermando quanto segue:
RUSH
MOVING PICTURES
(1981)
I Rush sono degli eroi nazionali in Canada (anche più di Neil Young, per dirne uno) ma hanno avuto la sfortuna di essere rimasti sempre degli incompresi nel resto del mondo.
Difatti, nonostante abbiano avuto il coraggio (e la capacità) di attraversare in lungo e in largo quasi tutte le latitudini del rock ‘n roll, nella maggior parte dei casi vengono ancora etichettati soltanto come i capelloni che hanno inventato l’hard-rock progressive.
Questo è senza dubbio vero, ma ci si dimentica della loro fase elettronica degli ’80 (sperimentale e al tempo stesso sia fortemente innovativa che perfettamente calata nella realtà dell’epoca) e del rock viscerale e sanguigno prodotto dalla metà dei ’90 in poi.
18 dischi, quasi tutti di elevata qualità (con almeno 3 Capolavori riconosciuti) scritti e composti con lo spirito sempre in fuga, alla ricerca di nuove strade e soluzioni sonore; una band unica e – davvero – inimitabile.
Di questo straordinario trio (dotato di capacità tecniche stratosferiche) che è stato determinante per la mia crescita (sono stati proprio Lee, Lifeson e Peart a togliermi i paraocchi mostrandomi che c’era davvero dell’altro oltre ai chitarroni) ho scelto il manifesto Moving Pictures, quarto ed ultimo disco della loro seconda fase, immediatamente precedente alla svolta elettronica.
IRON MAIDEN
PIECE OF MIND
(1983)
I frequentatori di questo blog, ma anche gli amici di nuova data (conosciuti in questo decennio, intendo dire) conoscono a menadito le mie preferenze musicali.
R.E.M., Springsteen, Radiohead, Low, Mark Lanegan, Qotsa, PJ Harvey, Cash, e avanti con gli altri nomi che cito sovente.
Quindi giungerà come una grossa sorpresa quanto segue ma, arrivato a 32 anni, non posso non riconoscere negli Iron Maiden di Steve Harris il gruppo che ha cambiato la mia vita più di qualsiasi altro.
E questa è un’ammissione che travalica i concetti di gusto e di attualità, ma è una semplice constatazione: da qui è partita ogni cosa (così come Shining mi illuminò per il cinema) e anche se davvero ormai da un decennio sono completamente al di fuori dell’universo “maideniano” (al punto di aver rinunciato a vederli nella line-up originale lo scorso anno all’Olimpico) non posso non ringraziare a vita Steve.
E’ la persona che mi ha insegnato ad amare la musica.
L’ho visto per la prima volta sul palco nel 1993 e il giorno dopo sono andato a comprarmi il basso; ecco, di aneddoti così ne ho un sacco, e magari prima o poi ne parleremo.
Detto questo, Piece of mind è come il brodo primordiale per me, e la traccia d’apertura – Where eagles dare – il mio personale “Big Bang”.
METALLICA
…AND JUSTICE FOR ALL
(1988)
Parlare di Hetfield e Ulrich oggi è come cercare di avallare una tesi in favore degli armamenti USA in Medio Oriente.
Lo so, me ne rendo conto.
Ma mi affido alla lunga memoria di chi ha vissuto i tempi d’oro dei four horsemen e di chi si approccia a questo argomento con la massima oggettività possibile cercando al contempo di ignorare gli ultimi 15 anni del combo californiano.
Prima di questa epoca nefasta c’erano i Metallica: la più grande ed importante band metal di tutti i tempi.
Grande perché nessuno ha raggiunto quegli apici di successo universale; importante perché nessuno ha cambiato le tendenze (non solo musicali ma anche sociali e culturali) quanto loro nel periodo 1983-1993.
Ognuno dei 5 dischi partoriti in questo decennio ha fatto scuola entrando di diritto nella storia del rock; ogni loro mossa è stata presa a modello da migliaia di band hard&heavy a tutti i livelli, ricreando una marea indistinta di cloni nessuno dei quali ha mai raggiunto il granitico spessore degli originali.
James Hetfield è stato il chitarrista ritmico più talentuoso degli ’80 diventando poi nei ’90 anche un eccellente cantante; ed è proprio sul suo lavoro ritmico che si fonda il disco che ho scelto.
Non è il Capolavoro (Master of puppets) nè il simbolo del metal americano anni '80 (Kill 'em all) nè tantomeno il rivoluzionario monolite del 1991, ma contiene Blackened e One... e tanto mi basta.
MEGADETH
RUST IN PEACE
(1990)
E visto che si parla di “imitatori”, ecco gli eterni secondi: Dave Mustaine e il suo socio in affari, Dave Ellefson.
Ma per quanto si possano denigrare (e compatire) i costanti tentativi dei Megadeth di raggiungere la luce dei cugini maggiori (e per un po’ c’hanno creduto: inizio anni ’90) non si può non riconoscere nella valanga Rust in peace la presenza del genio.
9 canzoni che valgono una carriera, e ultimo avamposto del metal tecnico e cerebrale prima che i Metallica (sempre loro) decidano di stravolgere tutte le carte in tavola pubblicando il definitivo Black album.
Da lì in poi (1991) è cambiato tutto (in bene o in male? Voi che dite?) ma a 18 anni di distanza Rust in peace riesce ad essere ancora sorprendentemente attuale e ferocemente dirompente.
SAVATAGE
GUTTER BALLET
(1990)
Ebbene sì, sono transitato anche attraverso il metal sinfonico!
In questo territorio nessuno ha avuto un peso maggiore dei Savatage dei fratelli Oliva (uno dei quali, il compianto chitarrista Chris, è deceduto nel ’91), autori di almeno due dischi che varrebbe la pena recuperare: l’ambizioso Dead winter dead (uno dei miei ultimi amori prima dell’addio al metallo) e il più viscerale Gutter Ballet, commovente testamento (l’ho difatti sempre preferito al più osannato Streets, ultimo album di Chris) di Oliva.
Un disco elegante e graffiante, emblema di quella passionalità ed emotività (anche) sentimentale che i detrattori hanno sempre riscontrato assente nel metal.
E visto che andiamo a toccare alcuni anni importanti, prevengo eventuali “rimostranze” su presunte gravi assenze affermando quanto segue:
- Avevo 15 anni quando esplose la musica di Seattle, ma visto che decisi di imboccare la via del metallo, me ne stavo bene alla larga da Nirvana, Screaming Trees, Alice in Chains, Soundgarden e Pearl Jam.
Sono tutte band (e dischi) ai quali ho dedicato la mia attenzione solo in anni futuri (dopo il ’98, per intenderci) e quindi è giusto non includerli in questo revival. - Amavo il vero heavy-metal, quindi non troverete alcuna traccia dello street e del glam (niente Poison, Bon Jovi, Cinderella, Motley Crue…)
- Non troverete traccia nemmeno dei Guns ‘n Roses, che ho sempre odiato con tutto il cuore reputandoli dei millantatori e dei fake; per fortuna la storia mi ha dato ragione.
- In tempi recenti c’è stata la squallida e patetica ondata del cosiddetto Nu-Metal (processo avviato da Machine Head e Korn ma poi arrivato a Linkin Park, Slipknot, e via dicendo): ho abbandonato i sentieri del metallo nel ’98 quindi questa roba non l’ho mai presa in considerazione.
- Infine, sebbene – ripeto – ho ascoltato davvero tutto, non ci sarà traccia nemmeno dei movimenti black e grind; nessuno è mai stato estremo come gli Slayer, che adoravo, e quindi mi bastava seguire i migliori e non degli invasati fantocci.
RUSHMOVING PICTURES
(1981)
I Rush sono degli eroi nazionali in Canada (anche più di Neil Young, per dirne uno) ma hanno avuto la sfortuna di essere rimasti sempre degli incompresi nel resto del mondo.
Difatti, nonostante abbiano avuto il coraggio (e la capacità) di attraversare in lungo e in largo quasi tutte le latitudini del rock ‘n roll, nella maggior parte dei casi vengono ancora etichettati soltanto come i capelloni che hanno inventato l’hard-rock progressive.
Questo è senza dubbio vero, ma ci si dimentica della loro fase elettronica degli ’80 (sperimentale e al tempo stesso sia fortemente innovativa che perfettamente calata nella realtà dell’epoca) e del rock viscerale e sanguigno prodotto dalla metà dei ’90 in poi.
18 dischi, quasi tutti di elevata qualità (con almeno 3 Capolavori riconosciuti) scritti e composti con lo spirito sempre in fuga, alla ricerca di nuove strade e soluzioni sonore; una band unica e – davvero – inimitabile.
Di questo straordinario trio (dotato di capacità tecniche stratosferiche) che è stato determinante per la mia crescita (sono stati proprio Lee, Lifeson e Peart a togliermi i paraocchi mostrandomi che c’era davvero dell’altro oltre ai chitarroni) ho scelto il manifesto Moving Pictures, quarto ed ultimo disco della loro seconda fase, immediatamente precedente alla svolta elettronica.
IRON MAIDENPIECE OF MIND
(1983)
I frequentatori di questo blog, ma anche gli amici di nuova data (conosciuti in questo decennio, intendo dire) conoscono a menadito le mie preferenze musicali.
R.E.M., Springsteen, Radiohead, Low, Mark Lanegan, Qotsa, PJ Harvey, Cash, e avanti con gli altri nomi che cito sovente.
Quindi giungerà come una grossa sorpresa quanto segue ma, arrivato a 32 anni, non posso non riconoscere negli Iron Maiden di Steve Harris il gruppo che ha cambiato la mia vita più di qualsiasi altro.
E questa è un’ammissione che travalica i concetti di gusto e di attualità, ma è una semplice constatazione: da qui è partita ogni cosa (così come Shining mi illuminò per il cinema) e anche se davvero ormai da un decennio sono completamente al di fuori dell’universo “maideniano” (al punto di aver rinunciato a vederli nella line-up originale lo scorso anno all’Olimpico) non posso non ringraziare a vita Steve.
E’ la persona che mi ha insegnato ad amare la musica.
L’ho visto per la prima volta sul palco nel 1993 e il giorno dopo sono andato a comprarmi il basso; ecco, di aneddoti così ne ho un sacco, e magari prima o poi ne parleremo.
Detto questo, Piece of mind è come il brodo primordiale per me, e la traccia d’apertura – Where eagles dare – il mio personale “Big Bang”.
METALLICA …AND JUSTICE FOR ALL
(1988)
Parlare di Hetfield e Ulrich oggi è come cercare di avallare una tesi in favore degli armamenti USA in Medio Oriente.
Lo so, me ne rendo conto.
Ma mi affido alla lunga memoria di chi ha vissuto i tempi d’oro dei four horsemen e di chi si approccia a questo argomento con la massima oggettività possibile cercando al contempo di ignorare gli ultimi 15 anni del combo californiano.
Prima di questa epoca nefasta c’erano i Metallica: la più grande ed importante band metal di tutti i tempi.
Grande perché nessuno ha raggiunto quegli apici di successo universale; importante perché nessuno ha cambiato le tendenze (non solo musicali ma anche sociali e culturali) quanto loro nel periodo 1983-1993.
Ognuno dei 5 dischi partoriti in questo decennio ha fatto scuola entrando di diritto nella storia del rock; ogni loro mossa è stata presa a modello da migliaia di band hard&heavy a tutti i livelli, ricreando una marea indistinta di cloni nessuno dei quali ha mai raggiunto il granitico spessore degli originali.
James Hetfield è stato il chitarrista ritmico più talentuoso degli ’80 diventando poi nei ’90 anche un eccellente cantante; ed è proprio sul suo lavoro ritmico che si fonda il disco che ho scelto.
Non è il Capolavoro (Master of puppets) nè il simbolo del metal americano anni '80 (Kill 'em all) nè tantomeno il rivoluzionario monolite del 1991, ma contiene Blackened e One... e tanto mi basta.
MEGADETHRUST IN PEACE
(1990)
E visto che si parla di “imitatori”, ecco gli eterni secondi: Dave Mustaine e il suo socio in affari, Dave Ellefson.
Ma per quanto si possano denigrare (e compatire) i costanti tentativi dei Megadeth di raggiungere la luce dei cugini maggiori (e per un po’ c’hanno creduto: inizio anni ’90) non si può non riconoscere nella valanga Rust in peace la presenza del genio.
9 canzoni che valgono una carriera, e ultimo avamposto del metal tecnico e cerebrale prima che i Metallica (sempre loro) decidano di stravolgere tutte le carte in tavola pubblicando il definitivo Black album.
Da lì in poi (1991) è cambiato tutto (in bene o in male? Voi che dite?) ma a 18 anni di distanza Rust in peace riesce ad essere ancora sorprendentemente attuale e ferocemente dirompente.
SAVATAGEGUTTER BALLET
(1990)
Ebbene sì, sono transitato anche attraverso il metal sinfonico!
In questo territorio nessuno ha avuto un peso maggiore dei Savatage dei fratelli Oliva (uno dei quali, il compianto chitarrista Chris, è deceduto nel ’91), autori di almeno due dischi che varrebbe la pena recuperare: l’ambizioso Dead winter dead (uno dei miei ultimi amori prima dell’addio al metallo) e il più viscerale Gutter Ballet, commovente testamento (l’ho difatti sempre preferito al più osannato Streets, ultimo album di Chris) di Oliva.
Un disco elegante e graffiante, emblema di quella passionalità ed emotività (anche) sentimentale che i detrattori hanno sempre riscontrato assente nel metal.







