Il 30 aprile 1993 andai al Palaghiaccio di Marino, in provincia di Roma, a vedere dal vivo gli Iron Maiden.
Fino a quella sera non avevo alcuna velleità da musicista o pseudo-tale, se escludiamo qualche acerba fantasia che mi vedeva impegnato dietro le pelli di una batteria.
Arrivai molte ore prima (abitudine finora conservata: la “lotta per la transenna” ti spinge a fare cose assurde ed insensate) e decisi di collocarmi sotto il lato sinistro del palco (destro per chi sta su), esattamente sotto la “postazione” di Steve Harris.
Il giorno dopo convinsi mia madre ad anticiparmi il regalo dei 18 anni ma era sabato Primo Maggio (lo scrivo in maiuscolo, Primo Maggio, perché è in maiuscolo che deve essere scritta la festa più importante che abbiamo) e dovetti aspettare fino a lunedì per entrare in possesso del mio primo basso, uno Yamaha bianco RBX 250.
Da allora, sono un bassista.
Avevo 17 anni e mezzo, adesso ne ho quasi il doppio; dunque, mezza vita fa.
Mezza vita così gonfia di cose che nemmeno la memoria storica di Gandalf riuscirebbe a tenerne traccia; cose andate, venute, fuggite, bruciate.
Cadute dal cielo, risollevate dalla polvere.
Incontrate per strada, cercate nelle stelle.
Un milione di cose; ma lo Yamaha bianco è ancora qui davanti a me (e ci è rimasto nonostante il viavai degli altri strumenti) ed io non ho mai smesso di essere un bassista.
Perché suonare il basso è una missione, una vocazione.
Devi sentirlo, nel cuore, e giù in fondo allo stomaco: non puoi declinare dalla chitarra, non puoi scendere a patti, non puoi pensare che sia una cosa come un’altra.
E soprattutto, butta quel plettro: queste quattro corde si suonano con i calli dei polpastrelli.
Essere bassisti è come organizzare la più bella delle feste ma senza magari riuscire ad avere il privilegio di ballare con la reginetta del liceo.
Ti deve star bene così: devi essere contento che sia così.
Devi essere felice per quel Mi basso che ti entra dritto nel petto fino a farti risuonare la cavità toracica; quelle fottutissime frequenze che ti fanno vibrare la colonna vertebrale…
Essere bassisti è’ reggere le fondamenta di una canzone mentre chi sta in prima linea raccoglie i fiori; è tenere il tempo, dettare il ritmo, sporcarsi le mani, non distrarsi mai, segnare le regole.
E’ anche essere pronti a cambiare direzione, girare le carte, accelerare, fermarsi, ripartire.
Questo è quello che ho imparato in questi 15 anni piegato sul legno e su quelle quattro meravigliose corde… e l’ho imparato chiuso in cameretta fino a devastarmi le dita, suonando in giro per decine e decine di concerti, e ascoltando fino allo sfinimento le gesta di Geddy Lee, Flea, Steve Harris, Geezer Butler, Jeff Ament, Mike Mills, Paul McCartney, John Paul Jones, Cliff Burton e Les Claypool.
Artisti che hanno saputo esplorare con sagacia, talento e straordinaria intelligenza tutte le infinite potenzialità dello strumento, mettendolo sempre al servizio della canzone e mai il contrario, e ciononostante riuscendo ad accentrare il nucleo compositivo attorno al basso stesso.
Insegnando a tutti che si possono reggere le basi della sezione ritmica e allo stesso modo disegnare linee armoniche e melodiche che – nel loro caso – hanno spesso costituito la chiave di volta della musica che lasciavano correre in giro per il mondo.
Il basso è anche tutto questo.
Mi, La, Re, Sol.
Giù, in fondo.
Fino a quella sera non avevo alcuna velleità da musicista o pseudo-tale, se escludiamo qualche acerba fantasia che mi vedeva impegnato dietro le pelli di una batteria.
Arrivai molte ore prima (abitudine finora conservata: la “lotta per la transenna” ti spinge a fare cose assurde ed insensate) e decisi di collocarmi sotto il lato sinistro del palco (destro per chi sta su), esattamente sotto la “postazione” di Steve Harris.
Il giorno dopo convinsi mia madre ad anticiparmi il regalo dei 18 anni ma era sabato Primo Maggio (lo scrivo in maiuscolo, Primo Maggio, perché è in maiuscolo che deve essere scritta la festa più importante che abbiamo) e dovetti aspettare fino a lunedì per entrare in possesso del mio primo basso, uno Yamaha bianco RBX 250.
Da allora, sono un bassista.
Avevo 17 anni e mezzo, adesso ne ho quasi il doppio; dunque, mezza vita fa.
Mezza vita così gonfia di cose che nemmeno la memoria storica di Gandalf riuscirebbe a tenerne traccia; cose andate, venute, fuggite, bruciate.
Cadute dal cielo, risollevate dalla polvere.
Incontrate per strada, cercate nelle stelle.
Un milione di cose; ma lo Yamaha bianco è ancora qui davanti a me (e ci è rimasto nonostante il viavai degli altri strumenti) ed io non ho mai smesso di essere un bassista.
Perché suonare il basso è una missione, una vocazione.
Devi sentirlo, nel cuore, e giù in fondo allo stomaco: non puoi declinare dalla chitarra, non puoi scendere a patti, non puoi pensare che sia una cosa come un’altra.
E soprattutto, butta quel plettro: queste quattro corde si suonano con i calli dei polpastrelli.
Essere bassisti è come organizzare la più bella delle feste ma senza magari riuscire ad avere il privilegio di ballare con la reginetta del liceo.
Ti deve star bene così: devi essere contento che sia così.
Devi essere felice per quel Mi basso che ti entra dritto nel petto fino a farti risuonare la cavità toracica; quelle fottutissime frequenze che ti fanno vibrare la colonna vertebrale…
Essere bassisti è’ reggere le fondamenta di una canzone mentre chi sta in prima linea raccoglie i fiori; è tenere il tempo, dettare il ritmo, sporcarsi le mani, non distrarsi mai, segnare le regole.
E’ anche essere pronti a cambiare direzione, girare le carte, accelerare, fermarsi, ripartire.
Questo è quello che ho imparato in questi 15 anni piegato sul legno e su quelle quattro meravigliose corde… e l’ho imparato chiuso in cameretta fino a devastarmi le dita, suonando in giro per decine e decine di concerti, e ascoltando fino allo sfinimento le gesta di Geddy Lee, Flea, Steve Harris, Geezer Butler, Jeff Ament, Mike Mills, Paul McCartney, John Paul Jones, Cliff Burton e Les Claypool.
Artisti che hanno saputo esplorare con sagacia, talento e straordinaria intelligenza tutte le infinite potenzialità dello strumento, mettendolo sempre al servizio della canzone e mai il contrario, e ciononostante riuscendo ad accentrare il nucleo compositivo attorno al basso stesso.
Insegnando a tutti che si possono reggere le basi della sezione ritmica e allo stesso modo disegnare linee armoniche e melodiche che – nel loro caso – hanno spesso costituito la chiave di volta della musica che lasciavano correre in giro per il mondo.
Il basso è anche tutto questo.
Mi, La, Re, Sol.
Giù, in fondo.








