Leggere in continuazione dell’inarrestabile crisi del mercato discografico americano (un esempio per tutti: negli Stati Uniti questo primo trimestre dell’anno si è chiuso con una flessione del 16% rispetto alle vendite dei primi tre mesi del 2008: numero impressionante se rapportato alla vastità del Paese), tenendo ben presente che l’inizio della fine ha avuto il via già molto tempo prima della recessione che sta serrando in una morsa letale l’intero sistema finanziario mondiale, è stato motivo per tornare con la memoria a quando i dischi rappresentavano davvero una delle chiavi di volta di un intero mondo (culturale, sociale, economico).
Un’era (che le giovanissime generazioni non hanno mai conosciuto e mai conosceranno, purtroppo) nella quale davvero una canzone poteva “cambiare il mondo”, o almeno ergersi a simbolo di un determinato movimento, o rappresentare la migliore delle strade per interpretare il senso di uno specifico momento storico.
Prima di internet, prima della spietata globalizzazione, prima della mercificazione delle idee, prima dei “peeping tom” sulle vite violate, prima del caos, prima dei revisionismi, prima dell’abbattimento di ogni confine, prima di tutto questo… c’era il sacro rito del vinile (e del cd).
E tutto quello che dei patetici nostalgici come me ricordano come il motore immobile di ogni minuto della giornata, che scorreva sui solchi di quelle canzoni.
La prima rivoluzione fu nel 1967, la seconda nel 1977.
La terza, l’ultima, fu nel 1991.
E’ fin troppo facile, col senno di poi, individuare in quella incredibile annata le luci deflagranti dell’ultimo immenso fuoco d’artificio del rock ‘n roll.
Molte cose seguirono dopo (anche se probabilmente l’unica davvero fulminante ed in grado di sedere sullo stesso piano degli antichi Re fu la comparsa del pianeta-Radiohead) ma il 1991 è il definitivo punto di non ritorno.
L’ultima volta nella quale il rock fu più importante di Gesù Cristo (per parafrasare chi sappiamo); l’ultima volta in cui le cose erano così belle e importanti che valeva la pena di vivere solo per esse; l’ultima volta in cui fu possibile “credere”.
L’ultima rivoluzione.
1991.
Un’era (che le giovanissime generazioni non hanno mai conosciuto e mai conosceranno, purtroppo) nella quale davvero una canzone poteva “cambiare il mondo”, o almeno ergersi a simbolo di un determinato movimento, o rappresentare la migliore delle strade per interpretare il senso di uno specifico momento storico.
Prima di internet, prima della spietata globalizzazione, prima della mercificazione delle idee, prima dei “peeping tom” sulle vite violate, prima del caos, prima dei revisionismi, prima dell’abbattimento di ogni confine, prima di tutto questo… c’era il sacro rito del vinile (e del cd).
E tutto quello che dei patetici nostalgici come me ricordano come il motore immobile di ogni minuto della giornata, che scorreva sui solchi di quelle canzoni.
La prima rivoluzione fu nel 1967, la seconda nel 1977.
La terza, l’ultima, fu nel 1991.
E’ fin troppo facile, col senno di poi, individuare in quella incredibile annata le luci deflagranti dell’ultimo immenso fuoco d’artificio del rock ‘n roll.
Molte cose seguirono dopo (anche se probabilmente l’unica davvero fulminante ed in grado di sedere sullo stesso piano degli antichi Re fu la comparsa del pianeta-Radiohead) ma il 1991 è il definitivo punto di non ritorno.
L’ultima volta nella quale il rock fu più importante di Gesù Cristo (per parafrasare chi sappiamo); l’ultima volta in cui le cose erano così belle e importanti che valeva la pena di vivere solo per esse; l’ultima volta in cui fu possibile “credere”.
L’ultima rivoluzione.
1991.

Nevermind, Nirvana
Ten, Pearl Jam
Out of time, R.E.M.
Blood sugar sex magik, Red Hot Chili Peppers
Blue lines, Massive Attack
Loveless, My Bloody Valentine
Metallica, Metallica
Spiderland, Slint
Screamedelica, Primal Scream
Achtung baby, U2







