Ci siamo: top10! Si inizia il countdown dalla 10 alla 6; per il resto, c’è scritto tutto qui.
Sgombriamo subito il campo dai dubbi: Frost/Nixon (nonostante la “concorrenza” con il pluripremiato A beautiful mind, che gli regalò anche l’Oscar personale) è il più bel film di Ron Howard.
Una verità che emerge minuto dopo minuto ma che si impone definitivamente a film finito e nei giorni seguenti la visione, allorchè si razionalizza sulla lapalissiana verità di aver assistito ad una triplice lezione (di teatro, di televisione e di cinema) di altissima caratura artistica.
Adattamento teatrale di un testo di Peter Morgan (interpretato anche in quella “versione” da Frank Langella, semplicemente meraviglioso – e meritevole di Oscar alla stessa stregua del Penn di Milk o del Rourke di The Wrestler – nel farsi carico di una sofferenza e di un tormento interiore che trasuda in ogni goccia di sudore. Interpretazione gigantesca), il film è la rielaborazione della famosissima intervista televisiva del 1977 che rese celebre David Frost, anchor-man che segnò i tempi per essere riuscito a indurre Richard Nixon a “chiedere scusa” agli americani per la sua terrificante presidenza (Watergate e Vietnam).
L’intervista divenne poi un vero e proprio caso e passò alla Storia della televisione americana.
Film tanto impeccabile quanto sottovalutato (non sono state nemmeno coperte le spese della produzione, e delle 5 nominations agli Oscar non se ne è concretizzata nessuna), è un gioiello che va visto e rivisto anche per riflettere sul potere dei media in un periodo di oscurantismo dilagante.
Ci vorrebbe un David Frost anche per il nostro Silvio Berlusconi.
Nella passata stagione stroncai senza pietà I padroni della notte reputandolo sciatto, banale e retorico.
A distanza di un anno torna l’accoppiata Gray-Phoenix (in quella che dovrebbe essere l’ultima interpretazione della carriera per lo straordinario fratellino del compianto River) per un film che potrebbe essere tacciato degli stessi difetti (in fondo è la solita storia di un triangolo amoroso; prevedibile e decisamente scontata negli sviluppi narrativi) ma che invece se li scrolla tutti via con un agile doppio passo in virtù di una bellezza lancinante ed irrimediabilmente poetica.
Girato in digitale su tinte pesantemente grigie (e non aiutano di certo le angoscianti locations di Brighton Beach, New York), è una amarissima riflessione sull’infelicità cosmica.
All’alba del nuovo millennio, nella Capitale del Mondo, tutti inseguono qualcosa che non riusciranno mai ad avere, finendo per accontentarsi delle seconde scelte ed arrovellandosi su rimpianti, rimorsi, falsi ideali e vacue mitizzazioni.
Tutto molto triste ed ineluttabilmente senza scelta.
Film semplicissimo ma devastante; e non è facile toglierselo di dosso.
Non è affatto facile.
Nel silenzioso e agghiacciante bianco svedese si consumano i fotogrammi di questo miracoloso e opprimente horror filosofico, singolare e morboso incrocio tra Bergman e Cronenberg.
Classica pellicola che ha basato il suo successo su un favorevolissimo passaparola (dopo la benedizione del Tribeca) e su eccellenti critiche, ma che è riuscito a vendere molto anche per l’ingannatorio trailer che ha portato nelle sale un discreto numero di amanti del cinema del terrore quando invece qui di splatter c’è ben poco.
Quello che c’è è invece una splendida metafora sulla diversità e tutta una serie di annichilenti scene destinate a lasciare un segno importante nella memoria.
Un film intenso e senza compromessi; l’altro lato di Twilight.
Ambiziosissimo (troppo?) e assai complesso racconto di una passione perduta, che mischia però sapientemente dolorose riflessioni sul senso della responsabilità (l’Olocausto, come non se ne è mai parlato finora), il peso del rimorso, il tempo che scorre e che niente lascia indietro.
C’è tantissima carne al fuoco ma il bravissimo Stephen Daldry, già avvezzo a complicati virtuosismi di scrittura (The Hours), mette a segno la sua terza nomination agli Oscar (su quattro film diretti, un talento straordinario) riuscendo ad orchestrare con vigore e competenza tutti i complicati rapporti che legano Ralph Fiennes e Kate Winslet attraverso un lunghissimo arco temporale.
Un’opera stratificata e sensibile ad uno svariato numero di letture, è però soprattutto ed incontrovertibilmente la prova che ha definitivamente sdoganato Kate Winslet, ormai finalmente una delle più grandi attrici del mondo agli occhi di tutti.
Ci volevano questa performance (sulla quale è quasi impossibile esprimersi) e quella contestuale di Revolutionary Road ad aprire finalmente gli occhi di coloro che dopo il boom di Titanic la snobbarono ingiustificatamente per oltre un decennio.
Signori, la Winslet ha sempre recitato così, ma per fortuna adesso è arrivato questo uno-due implacabile sul quale fare contestazioni è solo segno di incompetenza.
Può il Sundance Film Festival prendere un abbaglio?
Ovviamente no!
Ed infatti, anche stavolta, è dal cinema indie americano che arrivano le migliori e più inaspettate sorprese.
L’esordiente Courtney Hunt scrive e dirige questo nevoso noir (sulla falsariga di Soldi sporchi di Raimi, ma meno oscuro e nichilista) su un traffico di clandestini al confine tra Usa e Canada.
Premiatissimo ed applauditissimo, è un’opera convincente e matura, solida e senza sbavature.
Ciliegina sulla torta l’impeccabile interpretazione di Melissa Leo, che si dona alla macchina da presa regalandoci una sofferta figura di madre ai confini del mondo.
E’ un oggetto nascosto, ma da recuperare assolutamente.
Sgombriamo subito il campo dai dubbi: Frost/Nixon (nonostante la “concorrenza” con il pluripremiato A beautiful mind, che gli regalò anche l’Oscar personale) è il più bel film di Ron Howard.Una verità che emerge minuto dopo minuto ma che si impone definitivamente a film finito e nei giorni seguenti la visione, allorchè si razionalizza sulla lapalissiana verità di aver assistito ad una triplice lezione (di teatro, di televisione e di cinema) di altissima caratura artistica.
Adattamento teatrale di un testo di Peter Morgan (interpretato anche in quella “versione” da Frank Langella, semplicemente meraviglioso – e meritevole di Oscar alla stessa stregua del Penn di Milk o del Rourke di The Wrestler – nel farsi carico di una sofferenza e di un tormento interiore che trasuda in ogni goccia di sudore. Interpretazione gigantesca), il film è la rielaborazione della famosissima intervista televisiva del 1977 che rese celebre David Frost, anchor-man che segnò i tempi per essere riuscito a indurre Richard Nixon a “chiedere scusa” agli americani per la sua terrificante presidenza (Watergate e Vietnam).
L’intervista divenne poi un vero e proprio caso e passò alla Storia della televisione americana.
Film tanto impeccabile quanto sottovalutato (non sono state nemmeno coperte le spese della produzione, e delle 5 nominations agli Oscar non se ne è concretizzata nessuna), è un gioiello che va visto e rivisto anche per riflettere sul potere dei media in un periodo di oscurantismo dilagante.
Ci vorrebbe un David Frost anche per il nostro Silvio Berlusconi.
Nella passata stagione stroncai senza pietà I padroni della notte reputandolo sciatto, banale e retorico.A distanza di un anno torna l’accoppiata Gray-Phoenix (in quella che dovrebbe essere l’ultima interpretazione della carriera per lo straordinario fratellino del compianto River) per un film che potrebbe essere tacciato degli stessi difetti (in fondo è la solita storia di un triangolo amoroso; prevedibile e decisamente scontata negli sviluppi narrativi) ma che invece se li scrolla tutti via con un agile doppio passo in virtù di una bellezza lancinante ed irrimediabilmente poetica.
Girato in digitale su tinte pesantemente grigie (e non aiutano di certo le angoscianti locations di Brighton Beach, New York), è una amarissima riflessione sull’infelicità cosmica.
All’alba del nuovo millennio, nella Capitale del Mondo, tutti inseguono qualcosa che non riusciranno mai ad avere, finendo per accontentarsi delle seconde scelte ed arrovellandosi su rimpianti, rimorsi, falsi ideali e vacue mitizzazioni.
Tutto molto triste ed ineluttabilmente senza scelta.
Film semplicissimo ma devastante; e non è facile toglierselo di dosso.
Non è affatto facile.
Nel silenzioso e agghiacciante bianco svedese si consumano i fotogrammi di questo miracoloso e opprimente horror filosofico, singolare e morboso incrocio tra Bergman e Cronenberg.Classica pellicola che ha basato il suo successo su un favorevolissimo passaparola (dopo la benedizione del Tribeca) e su eccellenti critiche, ma che è riuscito a vendere molto anche per l’ingannatorio trailer che ha portato nelle sale un discreto numero di amanti del cinema del terrore quando invece qui di splatter c’è ben poco.
Quello che c’è è invece una splendida metafora sulla diversità e tutta una serie di annichilenti scene destinate a lasciare un segno importante nella memoria.
Un film intenso e senza compromessi; l’altro lato di Twilight.
Ambiziosissimo (troppo?) e assai complesso racconto di una passione perduta, che mischia però sapientemente dolorose riflessioni sul senso della responsabilità (l’Olocausto, come non se ne è mai parlato finora), il peso del rimorso, il tempo che scorre e che niente lascia indietro.C’è tantissima carne al fuoco ma il bravissimo Stephen Daldry, già avvezzo a complicati virtuosismi di scrittura (The Hours), mette a segno la sua terza nomination agli Oscar (su quattro film diretti, un talento straordinario) riuscendo ad orchestrare con vigore e competenza tutti i complicati rapporti che legano Ralph Fiennes e Kate Winslet attraverso un lunghissimo arco temporale.
Un’opera stratificata e sensibile ad uno svariato numero di letture, è però soprattutto ed incontrovertibilmente la prova che ha definitivamente sdoganato Kate Winslet, ormai finalmente una delle più grandi attrici del mondo agli occhi di tutti.
Ci volevano questa performance (sulla quale è quasi impossibile esprimersi) e quella contestuale di Revolutionary Road ad aprire finalmente gli occhi di coloro che dopo il boom di Titanic la snobbarono ingiustificatamente per oltre un decennio.
Signori, la Winslet ha sempre recitato così, ma per fortuna adesso è arrivato questo uno-due implacabile sul quale fare contestazioni è solo segno di incompetenza.
Può il Sundance Film Festival prendere un abbaglio?Ovviamente no!
Ed infatti, anche stavolta, è dal cinema indie americano che arrivano le migliori e più inaspettate sorprese.
L’esordiente Courtney Hunt scrive e dirige questo nevoso noir (sulla falsariga di Soldi sporchi di Raimi, ma meno oscuro e nichilista) su un traffico di clandestini al confine tra Usa e Canada.
Premiatissimo ed applauditissimo, è un’opera convincente e matura, solida e senza sbavature.
Ciliegina sulla torta l’impeccabile interpretazione di Melissa Leo, che si dona alla macchina da presa regalandoci una sofferta figura di madre ai confini del mondo.
E’ un oggetto nascosto, ma da recuperare assolutamente.







