sabato, 21 gennaio 2006
Field Songs (Mark Lanegan, 2001)

Questo post è per chi crede che sia la vita a rispecchiare i film e non viceversa.
Per chi, tornando la sera a casa, non ha voglia di spegnere la macchina perché sta ascoltando della bella musica e allora decide di farsi un altro giro, magari intorno allo stesso palazzo, con il pretesto di dover trovare parcheggio.
Per chi ha 15 euro in tasca da spendere in una serata e preferisce saltare la cena per comprarsi un libro.
Per chi si gode queste cose in religioso silenzio e ne fa un motivo per riscaldarsi il cuore.
Chi si scrive sull’agenda le date di uscita dei dischi e chi arriva al giovedì sera pregustando la prima visione del film del giorno dopo.
Chi fa le classifiche e pensa che torneranno utili in vista del viaggio per l’isola deserta.

Per chi attribuisce un significato particolare ad ogni disco e ricorda il momento esatto in cui l’ha comprato, il momento in cui è scattata la scintilla, il momento in cui è stato testimone di una bella esperienza... e a volte, anche di una spiacevole e triste.
Ed è qui che si è sopraffatti dalla musica, qui che ci rendiamo conto di non essere noi a mettere su quella canzone bensì il contrario; qui che assaporiamo la gioia (nel primo caso) o il dolore (nel secondo) riascoltando quelle note.
Quando l’immedesimazione con ciò che si sente è così forte e vibrante, diventa un’associazione naturale e assai complessa appare l’operazione di scindere le due cose.
Quante volte vi è capitato di voler mettere su un album ma di doverlo togliere subito dopo perché riportava a galla situazioni spiacevoli?

Non volevo che accadesse con “Field Songs”, e ho fatto in modo di riuscirci.
Ci sono riuscito.

Il disco, il più bello di Mark Lanegan (uno che c’era prima di Cobain, uno che non ha mai sbagliato un colpo, uno la cui voce risuonerà nei Canyon desertici per cento anni ancora) fu il testimone di un mio periodo personale abbastanza critico piombatomi sulle spalle circa tre anni fa.
In particolar modo, c’era proprio “Field Songs” quella sera, in camera mia, quando compresi con lucidità che la storia era finita.
E, sebbene possa risultare singolare, dai giorni immediatamente seguenti attuai una controffensiva che risultò, col senno di poi, decisamente felice.
Non persi alcuna occasione di riascoltare più e più volte il cd, e sempre cercavo nuove situazioni, nuovi contesti nei quali fargli prendere forma, attribuirgli un ruolo.
Per farla breve, ci misi molto impegno e mi ritrovai molto presto a non aver problemi di “associazione”.
Field Songs” era salvo, lo avevo estrapolato da una realtà per farlo tornare a me nuovo e immacolato!
Non potevo permettermi di farmelo sfuggire, data la considerazione che da 4 anni a questa parte ho di un’opera eccelsa, summa e apice di un lavoro di riscoperta delle radici della tradizione americana che Lanegan aveva cominciato a perpetrare sin dal suo primo lavoro solista (quel “The winding sheet” che già nel lontano 1990 aveva fatto intuire la vena intimista e riflessiva dell’artista – abbastanza distante dall’energico ardore degli Screaming Trees, mai dimenticata e seminale band d’esordio di Mark).

Alla poesia classica e senza tempo di brani come "Pill hill serenade"  (la mia preferita del lotto, in grado di commuovermi anche dopo mille ascolti – la voce di Mark pulita e dolce è, se possibile, forse anche più capace del suo contraltare ruvido e abrasivo di toccare le corde nascoste dell’anima) o di "Kimiko's dream house" (un sogno ad occhi aperti, che si prende tutto il tempo che gli serve per prendere il volo – “It's a matter of time…we always get lost…”) si susseguono severe ma fluide, austere ma profonde, autentiche perle di cantautorato folk-rock: “Don’t forget me”, dall’incedere spedito e lineare, con la voce di Lanegan che si spinge in basso, molto in basso, toccando tonalità che ci fanno trasalire proprio perché appartenenti quasi ad un suono ancestrale; “No easy action” (splendido titolo) granitica e monumentale, che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo in una versione ancora più epica, suggello ad un concerto indimenticabile (Roma, novembre 2004).
E ancora le struggenti chitarre di “Blues for D” (pezzo strumentale che pare uscito da “Dead Man”, di Jarmusch), e la psichedelia country di “Fix” (grande chiusura di disco, dilatata al punto giusto), e le veloci fughe di “Miracle” (“I promise you a miracle, and it will be done”) o di “She done too much” (“And not a thing in this world to do… except be alone in it”): ovverosia “come riuscire a dire tutto quello che serve in un minuto”.

E due citazioni meritano anche la title-track, con Lanegan qui davvero “sottoterra” e “One way street”, una di quelle canzoni che da sole riescono a reggere il peso di un intero disco.
Ebbene qui è solo la traccia iniziale, quella che dichiara gli intenti, quella che anticipa il viaggio.
Un viaggio fatto di campi, sole, deserto, polvere, lacrime, ricordi, sigarette, serenate, vicoli, colline, vento, rose.

Un capolavoro assoluto.
postato da: countryfeedback alle ore 16:45 | commenti (21)
Commenti
#1   21 Gennaio 2006 - 17:24
 
Complimenti davvero,da brividi!Comincio a pensare che tu abbia sbagliato mestiere e le conseguenze le pagherò io!
Continua così
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#2   21 Gennaio 2006 - 17:29
 
"Un viaggio fatto di campi, sole, deserto, polvere, lacrime, ricordi, sigarette, serenate, vicoli, colline, vento, rose." Beh non ci resta che metterci di nuovo in viaggio attraverso le strade aperteci dalla "logorante" voce di Mark Lanegan... accendiamo lo stereo e immergiamoci nel Lanegan Field.
Jim Stark.
utente anonimo

#3   22 Gennaio 2006 - 21:40
 
Ok, colmerò le mie lacune cercando subito questo album: è un post che cattura...
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#4   22 Gennaio 2006 - 23:26
 
Conosco quest'album.
Non è fra i miei dischi top ma non perchè non sia un capolavoro,bensì perchè di altro vorrebbe cibarsi la mia anima se mi trovassi sulla celeberrima isola deserta,la quale,se per assurdo tutti noi vi andassimo contemporaneamente,sarebbe sovraffollata...Conosco però i meccanismi e le sensazioni descritte nella prima parte del post...emozioni con le quali mi sono pressochè identificato...per esempio anch'io ho dovuto/voluto spesso scollegare un disco da una qualche esperienza,rendendo(me)lo di nuovo ascoltabile,puro e candido come se lo stessi ascoltando per la prima volta...
Post considerevole ed emozionante,complimenti!
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#5   23 Gennaio 2006 - 08:49
 
xoomer: eheheheheh!!!

Eliantotisaluta: Ne sono felice; il mio scopo era proprio quello di invogliare all'ascolto di almeno una traccia di questo "miracolo" musicale...

doktorprokton: Grazie mille.
Circa l'isola: si, sarà affollatissima, toccherebbe organizzarsi...
Circa il binomio vita-musica: credo che le sensazioni descritte nella prima parte del post siano abbastanza comuni tra coloro (come me) che attribuiscono alla musica un alto potere spirituale.
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#6   23 Gennaio 2006 - 11:42
 
Guardo la data: 2001!Ormai quasi cinque anni fa!
Un lustro è certo abbastanza lungo; abbastanza per tracciare una retrospettiva, ma anche da annientare tanti e tanti lavori musicali considerati, all'inizio, pregevoli.
Non così per Field Songs: una retrospettiva di questo disco è solo l'ennesima riscoperta di un amore sempre vivo, e il ricordo di una scoperta (almeno nel mio caso).
La scoperta di questo artista che, tra tante chiacchiere, tendenze e mediazioni, ha saputo toccare, in molti di noi, delle corde da tempo inutilizzate.
Un artista che mi ha spinto a tornare tra il pubblico, sotto ad un palco dopo tanto tempo, e dopo tanto tempo ci ha fatti ritrovare di nuovo spalla a spalla.
A rinnovare ed accrescere le emozioni che hai cosi brillantemente riportato nel post.
Davvero un disco fondamentale.
Gianni.
utente anonimo

#7   23 Gennaio 2006 - 13:24
 
La musica, nella vita, è molto più di una colonna sonora. Non è un contorno, non è un piacevole sottofondo. E' di più. Entra dentro di noi, nel sangue e nelle viscere e non se ne va mai... Anche a me è capitato e capita ancora di dover "esorcizzare" alcune canzoni che rischiano di incastrarsi in eventi belli o brutti, ma che congelerebbero la musica ingiustamente. La musica non deve fermarsi, è giusto che scorra mentre noi andiamo sempre avanti...
Gran bel post, sì!
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#8   23 Gennaio 2006 - 15:23
 
Gianni: Tutto giusto quello che scrivi: per un motivo o per un altro (ma magari sempre lo stesso) Lanegan è arrivato in un posto segreto e inesplorato, giù nel profondo.
E li ha fatto risuonare le sue corde...

crazymary78: E' quello che intendevo dire: restituire l'immortalità alla musica, chè è il motivo stesso della sua esistenza.
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#9   23 Gennaio 2006 - 21:54
 
X quanto riguardo l'isola: ...beh magari in qualche caso ci sarà un problema di affolamento,ma non dimentichiamoci che ognuno ha la "sua isola" e che in quanto tale...può sempre essere deserta... la mia ad esempio non la conosce nessuno!
Jim Stark.
utente anonimo

#10   24 Gennaio 2006 - 15:05
 
Hai toccato ed esorcizzato il tema del prossimo Writeup, rivista on line che sta per diventare cartacea...(www.writeup.it) potresti postare anche da loro queste righe, faresti un figurone.
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#11   24 Gennaio 2006 - 18:58
 
Jim Stark: Sì, è vero, è proprio così!

nordovest77: Thanx! Circa writeup, farollo!
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#12   24 Gennaio 2006 - 22:13
 
"When I'm dressed in white
Send roses to me
I drink so much sour whiskey
I can hardly see
And everywhere I've been
There's a world that howls my name
From the one tiny sting
To that vacant fame"

Ok...mi rendo conto...sono in gravissimo ritardo. Data la natura del mio intervento forse anche un ritardo duro da recuperare. Ma leggere righe così intense da poter essere tratti sicuri di un disegno interiore profondo, rappresenta un richiamo troppo forte da ignorare. E sulla scia duratura di un post dedicato al lavoro più emblematico (anche se Whiskey For The Holy Ghost...)di uno dei più grandi "looser" che la musica conosca, non posso trattenermi dal considerare che Mark, come una mosca intontita dal freddo incastrata nelle pagine di un quablock, prima o poi caracollerà sul sentiero segnato per lui da biechi compagni di viaggio quali eroina e crack. Lassù (e non laggiù...occhio) qualche angelo distratto gli riserverà una pacca sulla spalla...e lui, sbronzo già a metà mattinata (roba che in paradiso ti becchi l'ergastolo), urterà con il gomito sinistro un barbone dei cieli. Con incedere malfermo ed irriverente Mark, cercando di metterlo adeguatamente a fuoco, gli chederà un fiammifero per la sua Chesterfield. Il sinistro personaggio con un movimento di bacino a dir poco innaturale bisbiglierà una roba tipo: "Fai qualcosa che valga la pena di ricordare". Mark risponderà modellando con fare poco terrestre il
sopracciglio e proferendo la stessa frase che mi disse a Roma fuori "Il Castello" dopo un concerto per il tour promozionale di Sweet Oblivion": "Where can I find a bar, man?". Non ottenendo soddisfazione deciderà di salutare l'incauto passante che - blasfemo - ha osato interrompere la sua camminata terapeutica di mezza sbronza mattutina. Nell'aria...come se fosse Ellensburg...parole portate dal vento..."In my mind I've done good things...and never cared why...and my mind is an open door, with nothing inside" (Wild Flower - The Winding Sheet). Ed in quel preciso istante, un brandello di tempo sospeso, il molleggiato barbone dall'ingombrante ciuffo avvertirà inevitabile...quasi prevedibile...l'affilata domanda del pubblico pagante...: "Ma chi diamine è quel barbone insignificante con cui stava parlando Mark Lanegan"?

Buon viaggio socio...seguirò sempre ogni post anche se, come già ti ho detto, commenterò solo ogni tanto. Sai che il tutto mi mette ansia!!!

utente anonimo

#13   25 Gennaio 2006 - 12:15
 
Non ho fatto altro che annuire mentre leggevo.
Musica e Vita...
Parecchi mi dicono che sono malato perché ogni frase, ogni situazione, ogni sguardo, li associo automaticamente a un film, un libro o una canzone. Ma quelli che si perdono bellezza, armonia, insegnamento e pelle d'oca su tutto il corpo, sono proprio queste personcine. Ne sono sempre più convinto.
Altrimenti spiegami: perché, durante l'ultimo concerto dei R.E.M. a Roma (10/06/2005), dopo il primo giro di piano di 'Nightswimming', ho iniziato a piangere come un bambino?
Mi sono quasi mancate le gambe, piangevo e cantavo...noi due eravamo fianco a fianco, e so che capivi perfettamente quello che provavo.
Vita e Musica sono inscindibili, non fanno altro che arricchirsi, nota dopo nota, parola dopo parola.
"Nightswimming, deserves a quiet night...I'm not sure all these people understand."
Il mio era un pianto di gioia e di ringraziamento a quei tre uomini sul palco, che hanno saputo starmi vicino in tanti momenti bui. Il duo di chiusura 'Nightswimming' - 'Find The River' mi ha salvato parecchie volte, è stato sempre lì, pronto a confortarmi per anni.
Poi Mike Mills attacca quel giro di piano...e allora come fai a non tornare indietro? Come fai a non ricordare?
Immagini su immagini che si sovrappongono...
Mi dispiace per tutti quelli che non c'erano e per tutti quelli che non capiscono.
Questa è la prima cosa che mi ha fatto venire in mente ciò che hai scritto.
Un'altra è: sono felice di condividere con te certe "manie" (come le chiamano le persone normali).
Un'altra è: grazie di avermi fatto conoscere Lanegan, registrandomi 'Field Songs'!
L'ultima è una nota, che non posso scrivere...ma stai sicuro che suonerà in minore!

Simone
utente anonimo

#14   25 Gennaio 2006 - 21:38
 
Simone: Grazie per il commento; è chiaro da sempre che parliamo la stessa lingua, e la "Nightswimming" di Roma è stato uno dei momenti indimenticabili dei miei primi 30 anni.
Circa la lontana registrazione delle "Canzoni del campo" rigiro i ringraziamenti a Federico, senza il quale questo post non avrebbe avuto luogo.
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#15   26 Gennaio 2006 - 22:14
 
One way street sta solo un pizzichino sotto Carry Home.
Due pezzi che valgono intere discografie di tantissimi.
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#16   27 Gennaio 2006 - 15:30
 
pinuxbussu: beh sì, bella lotta con Carry Home... che l'ha fatta così bella che a tutti gli effetti è diventata una "sua" canzone...
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#17   31 Gennaio 2006 - 13:00
 
Ascoltato...e da due tre giorni sul lettore mp3 non mi va di passare all'album successivo: piacevolissima scoperta!
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#18   31 Gennaio 2006 - 22:10
 
Eliantotisaluta: Sono contento!!! Qualora un dì ti andasse di approfondire, suggerirei in primis:
I'll take care of you (1999)
Bubblegum (2004)

Intanto, buon ascolto per questo!
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#19   18 Maggio 2006 - 08:17
 
ciao coutry, bella recensione, anch'io amo molto questo disco e ho dei ricordi assai vividi legati a esso. Descrivi molto bene il "feeling" dell'album, anche se forse è l'album più "pulito" di mark, meno maledetto (in quel periodo infatti aveva smesso con certe cose e riusciva anche a sorridere). Ho visto mark dal vivo forse una ventina di volte, tra concerti solisti, acustici e apparizioni con QOTSA e forse la cosa che fa più male è stato vedere una persona lentamente spegnersi e "abbruttirsi". Ripeto, spero di cuore che risprenda a fare album solisti belli come Field Songs o Whiskey, ma Ballad con la Campbell secondo me è una delle cose meno ben riuscite che abbia fatto e, ribadisco, una marchetta.
ciao e a presto :)
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#20   27 Settembre 2007 - 22:45
 
in questo momento sto ascoltando Field Songs di Mark Lanegan, uno dei miei cantanti preferiti, e sono capitato sul tuo blog ..... bello il blog, bello l'album di lanegan
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#21   28 Settembre 2007 - 22:31
 
natfly: Grazie mille e benvenuto: è bello quando post ormai stravecchi tornano a vivere, seppur con un commento.
FIELD SONGS è il mio disco preferito in assoluto, quindi sono anche un pò di parte...
Cmq mi fa piacere conoscere un altro fan di Mark!
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