Field Songs (Mark Lanegan, 2001)
Questo post è per chi crede che sia la vita a rispecchiare i film e non viceversa.
Per chi, tornando la sera a casa, non ha voglia di spegnere la macchina perché sta ascoltando della bella musica e allora decide di farsi un altro giro, magari intorno allo stesso palazzo, con il pretesto di dover trovare parcheggio.
Per chi ha 15 euro in tasca da spendere in una serata e preferisce saltare la cena per comprarsi un libro.
Per chi si gode queste cose in religioso silenzio e ne fa un motivo per riscaldarsi il cuore.
Chi si scrive sull’agenda le date di uscita dei dischi e chi arriva al giovedì sera pregustando la prima visione del film del giorno dopo.
Chi fa le classifiche e pensa che torneranno utili in vista del viaggio per l’isola deserta.
Per chi attribuisce un significato particolare ad ogni disco e ricorda il momento esatto in cui l’ha comprato, il momento in cui è scattata la scintilla, il momento in cui è stato testimone di una bella esperienza... e a volte, anche di una spiacevole e triste.
Ed è qui che si è sopraffatti dalla musica, qui che ci rendiamo conto di non essere noi a mettere su quella canzone bensì il contrario; qui che assaporiamo la gioia (nel primo caso) o il dolore (nel secondo) riascoltando quelle note.
Quando l’immedesimazione con ciò che si sente è così forte e vibrante, diventa un’associazione naturale e assai complessa appare l’operazione di scindere le due cose.
Quante volte vi è capitato di voler mettere su un album ma di doverlo togliere subito dopo perché riportava a galla situazioni spiacevoli?
Non volevo che accadesse con “Field Songs”, e ho fatto in modo di riuscirci.
Ci sono riuscito.
Il disco, il più bello di Mark Lanegan (uno che c’era prima di Cobain, uno che non ha mai sbagliato un colpo, uno la cui voce risuonerà nei Canyon desertici per cento anni ancora) fu il testimone di un mio periodo personale abbastanza critico piombatomi sulle spalle circa tre anni fa.
In particolar modo, c’era proprio “Field Songs” quella sera, in camera mia, quando compresi con lucidità che la storia era finita.
E, sebbene possa risultare singolare, dai giorni immediatamente seguenti attuai una controffensiva che risultò, col senno di poi, decisamente felice.
Non persi alcuna occasione di riascoltare più e più volte il cd, e sempre cercavo nuove situazioni, nuovi contesti nei quali fargli prendere forma, attribuirgli un ruolo.
Per farla breve, ci misi molto impegno e mi ritrovai molto presto a non aver problemi di “associazione”.
“Field Songs” era salvo, lo avevo estrapolato da una realtà per farlo tornare a me nuovo e immacolato!
Non potevo permettermi di farmelo sfuggire, data la considerazione che da 4 anni a questa parte ho di un’opera eccelsa, summa e apice di un lavoro di riscoperta delle radici della tradizione americana che Lanegan aveva cominciato a perpetrare sin dal suo primo lavoro solista (quel “The winding sheet” che già nel lontano 1990 aveva fatto intuire la vena intimista e riflessiva dell’artista – abbastanza distante dall’energico ardore degli Screaming Trees, mai dimenticata e seminale band d’esordio di Mark).
Alla poesia classica e senza tempo di brani come "Pill hill serenade" (la mia preferita del lotto, in grado di commuovermi anche dopo mille ascolti – la voce di Mark pulita e dolce è, se possibile, forse anche più capace del suo contraltare ruvido e abrasivo di toccare le corde nascoste dell’anima) o di "Kimiko's dream house" (un sogno ad occhi aperti, che si prende tutto il tempo che gli serve per prendere il volo – “It's a matter of time…we always get lost…”) si susseguono severe ma fluide, austere ma profonde, autentiche perle di cantautorato folk-rock: “Don’t forget me”, dall’incedere spedito e lineare, con la voce di Lanegan che si spinge in basso, molto in basso, toccando tonalità che ci fanno trasalire proprio perché appartenenti quasi ad un suono ancestrale; “No easy action” (splendido titolo) granitica e monumentale, che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo in una versione ancora più epica, suggello ad un concerto indimenticabile (Roma, novembre 2004).
E ancora le struggenti chitarre di “Blues for D” (pezzo strumentale che pare uscito da “Dead Man”, di Jarmusch), e la psichedelia country di “Fix” (grande chiusura di disco, dilatata al punto giusto), e le veloci fughe di “Miracle” (“I promise you a miracle, and it will be done”) o di “She done too much” (“And not a thing in this world to do… except be alone in it”): ovverosia “come riuscire a dire tutto quello che serve in un minuto”.
E due citazioni meritano anche la title-track, con Lanegan qui davvero “sottoterra” e “One way street”, una di quelle canzoni che da sole riescono a reggere il peso di un intero disco.
Ebbene qui è solo la traccia iniziale, quella che dichiara gli intenti, quella che anticipa il viaggio.
Un viaggio fatto di campi, sole, deserto, polvere, lacrime, ricordi, sigarette, serenate, vicoli, colline, vento, rose.
Un capolavoro assoluto.
Per chi, tornando la sera a casa, non ha voglia di spegnere la macchina perché sta ascoltando della bella musica e allora decide di farsi un altro giro, magari intorno allo stesso palazzo, con il pretesto di dover trovare parcheggio.
Per chi ha 15 euro in tasca da spendere in una serata e preferisce saltare la cena per comprarsi un libro.
Per chi si gode queste cose in religioso silenzio e ne fa un motivo per riscaldarsi il cuore.
Chi si scrive sull’agenda le date di uscita dei dischi e chi arriva al giovedì sera pregustando la prima visione del film del giorno dopo.
Chi fa le classifiche e pensa che torneranno utili in vista del viaggio per l’isola deserta.
Per chi attribuisce un significato particolare ad ogni disco e ricorda il momento esatto in cui l’ha comprato, il momento in cui è scattata la scintilla, il momento in cui è stato testimone di una bella esperienza... e a volte, anche di una spiacevole e triste.
Ed è qui che si è sopraffatti dalla musica, qui che ci rendiamo conto di non essere noi a mettere su quella canzone bensì il contrario; qui che assaporiamo la gioia (nel primo caso) o il dolore (nel secondo) riascoltando quelle note.
Quando l’immedesimazione con ciò che si sente è così forte e vibrante, diventa un’associazione naturale e assai complessa appare l’operazione di scindere le due cose.
Quante volte vi è capitato di voler mettere su un album ma di doverlo togliere subito dopo perché riportava a galla situazioni spiacevoli?
Non volevo che accadesse con “Field Songs”, e ho fatto in modo di riuscirci.
Ci sono riuscito.
Il disco, il più bello di Mark Lanegan (uno che c’era prima di Cobain, uno che non ha mai sbagliato un colpo, uno la cui voce risuonerà nei Canyon desertici per cento anni ancora) fu il testimone di un mio periodo personale abbastanza critico piombatomi sulle spalle circa tre anni fa.E, sebbene possa risultare singolare, dai giorni immediatamente seguenti attuai una controffensiva che risultò, col senno di poi, decisamente felice.
Non persi alcuna occasione di riascoltare più e più volte il cd, e sempre cercavo nuove situazioni, nuovi contesti nei quali fargli prendere forma, attribuirgli un ruolo.
Per farla breve, ci misi molto impegno e mi ritrovai molto presto a non aver problemi di “associazione”.
“Field Songs” era salvo, lo avevo estrapolato da una realtà per farlo tornare a me nuovo e immacolato!
Non potevo permettermi di farmelo sfuggire, data la considerazione che da 4 anni a questa parte ho di un’opera eccelsa, summa e apice di un lavoro di riscoperta delle radici della tradizione americana che Lanegan aveva cominciato a perpetrare sin dal suo primo lavoro solista (quel “The winding sheet” che già nel lontano 1990 aveva fatto intuire la vena intimista e riflessiva dell’artista – abbastanza distante dall’energico ardore degli Screaming Trees, mai dimenticata e seminale band d’esordio di Mark).
Alla poesia classica e senza tempo di brani come "Pill hill serenade" (la mia preferita del lotto, in grado di commuovermi anche dopo mille ascolti – la voce di Mark pulita e dolce è, se possibile, forse anche più capace del suo contraltare ruvido e abrasivo di toccare le corde nascoste dell’anima) o di "Kimiko's dream house" (un sogno ad occhi aperti, che si prende tutto il tempo che gli serve per prendere il volo – “It's a matter of time…we always get lost…”) si susseguono severe ma fluide, austere ma profonde, autentiche perle di cantautorato folk-rock: “Don’t forget me”, dall’incedere spedito e lineare, con la voce di Lanegan che si spinge in basso, molto in basso, toccando tonalità che ci fanno trasalire proprio perché appartenenti quasi ad un suono ancestrale; “No easy action” (splendido titolo) granitica e monumentale, che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo in una versione ancora più epica, suggello ad un concerto indimenticabile (Roma, novembre 2004).
E ancora le struggenti chitarre di “Blues for D” (pezzo strumentale che pare uscito da “Dead Man”, di Jarmusch), e la psichedelia country di “Fix” (grande chiusura di disco, dilatata al punto giusto), e le veloci fughe di “Miracle” (“I promise you a miracle, and it will be done”) o di “She done too much” (“And not a thing in this world to do… except be alone in it”): ovverosia “come riuscire a dire tutto quello che serve in un minuto”.
E due citazioni meritano anche la title-track, con Lanegan qui davvero “sottoterra” e “One way street”, una di quelle canzoni che da sole riescono a reggere il peso di un intero disco.
Ebbene qui è solo la traccia iniziale, quella che dichiara gli intenti, quella che anticipa il viaggio.
Un viaggio fatto di campi, sole, deserto, polvere, lacrime, ricordi, sigarette, serenate, vicoli, colline, vento, rose.
Un capolavoro assoluto.

