martedì, 24 gennaio 2006
Match point (Woody Allen, 2005)
A history of violence (David Cronenberg, 2005)

Note:
1) Se ancora vi mancano, fate di tutto per andare a vedere questi due film.
2) Questo post contiene spoiler, li ho ritenuti necessari e funzionali alla natura dell’articolo stesso quindi proseguite a vostro rischio e pericolo (se non volete avere alcuna anticipazione sulle trame, ne sconsiglio la lettura – sigh!).
3) Questo post è stato scritto venerdì 20 gennaio, ma, come da mia antica abitudine ho aspettato qualche giorno per far sedimentare le cose (anche se ne avessi le qualità, e non le ho, non potrei mai fare il critico – troppo poco tempo per farsi un'opinione) e pubblicarlo.

        

L’idea di costruire un parallelo attorno a due opere apparentemente distanti (girate da due autori in “trasferta”) nasce da una comune reazione che mi hanno suscitato: sorpresa.
Sorpresa (positiva) derivata dal trovarsi di fronte a due pellicole atipiche per gli standard ai quali David Cronenberg e Woody Allen ci hanno abituato.
A history of violence” si distacca dallo standard stilistico del “magnifico canadese” per il suo incedere asciutto e lineare, ben lontano dalle sperimentazioni cerebrali di “Inseparabili” o “Spider”, per intenderci.
Match point” è invece lontano dagli standard qualitativi che il newyorchese più europeo che ci sia aveva ormai fissato da parecchi anni a questa parte (è opinione di chi scrive che si debba risalire a “Zelig” o “La rosa purpurea del Cairo” – sebbene anche “Crimini e misfatti” dica la sua – per ritrovare un Woody così in forma).
Ma le similitudini non si esauriscono qui.
Basti pensare all’agire cruento ma determinato dei protagonisti, oppure al sottotesto ferocemente amaro e pessimista che si annida in ogni sequenza, o ancora all’inscindibile binomio “delitto-castigo” che qui invece, in entrambi i casi, più che mai si rivela fallace.
Film d’attori, tutti bravissimi; da Maria Bello a Scarlett Johansson, passando per i volti di Viggo Mortensen (perfetto in ogni inquadratura) e del giovane Jonathan Rhys-Meyers (interpretazione trattenuta e soffocata in linea con il crescendo del climax, con un quarto d’ora finale davvero da brividi).
Attori che danno vita a personaggi le quali scelte sono inequivocabilmente dettate dagli ambienti nei quali sono immersi (ancora una similitudine): in sordina, la tranquilla cittadina dell’Indiana e le asettiche stanze dell’alta borghesia inglese rappresentano, per un motivo o per un altro, proprio le ragioni che stanno dietro le gesta di Tom Stall e di Chris Wilton.
Due uomini alle prese con un problema da risolvere: useranno lo stesso sistema...
Due uomini che, nel loro agire, fanno risalire a galla parecchi mostri che si annidano nel profondo; e forse è per questo che fanno così male, questi film.
E’ possibile davvero ripartire da zero?
Fino a che punto ci si può spingere per difendere i propri affetti?
E le proprie cose?
Fino a che punto siamo in grado di liberarci dei possedimenti materiali?
Quando si gioca, si è davvero pronti a misurarsi con un’eventuale sconfitta?

A parte tutto questo, ognuna delle due opere prende poi la strada propria e quello che convince maggiormente è la messa in scena di due storie diritte e senza fronzoli, scritte alla perfezione e girate con assenza totale di ridondanze o autoindulgenze.

A history of violence”, sebbene come abbia scritto prima sia distante dal modus operandi di Cronenberg ci tiene comunque a portarsi dietro almeno un tema caro al regista de “La zona morta”: la riflessione sull’identità (Tom è Joey è Tom).
Costruito come un film di Penn o degli ultimi Eastwood, senza lesinare in crude e devastanti scene, il film trasporta letteralmente lo spettatore in un baratro, passo dopo passo, allo scopo di chiudere un cerchio (l’ultima scena è speculare alla prima; Tom Stall si fa un viaggio nel passato per riappropriarsi del suo presente – ma sarà ancora Tom Stall?).

Match point” è un lungo, cinico e brutale apologo sul “caso”.
Ed è una riflessione che tocca nervi scoperti; la banale consapevolezza che quando la pallina da tennis arriva sul net (la rete) può cadere al di là (e si vince) o rimbalzare sul proprio campo (e si perde).
Una metafora decisamente felice, successivamente riproposta (con variante) su un sottofondo quanto mai amaro e incentrato sull’illusione della “vittoria”.
Esattamente come quando hai la sensazione che avresti vinto perdendo, e non portando a casa un maledetto trofeo.
Chris lo capisce, quando parla con i fantasmi, che sarebbe stato giusto perderlo il match… ma non ha coraggio di gettare la spugna (così come non ha avuto il coraggio di affrontare la situazione che ha portato alla tragedia) bensì si augura che qualcuno (la forza pubblica?) possa portare giustizia.
Ma il fato detta legge, e la (triste) morale è che alla fine forse è meglio “avere fortuna che talento”.

Due film bellissimi, tra i migliori di questa stagione 2005/2006.
Dovendo a malincuore sceglierne uno forse al momento opterei per “Match point”, ma proprio di misura.
Una vittoria al fotofinish.
Anzi, al tie-break.
postato da: countryfeedback alle ore 19:29 | commenti (11)
Commenti
#1    25 Gennaio 2006 - 08:19
 
Qualcuno dovrebbe avertire Mereghetti che in giro c'è un certo Sig. Tortorello...recensione ottima!!!
Due film che hanno "rosicchiato" la mia anima inquieta.Vorrei segnalare una significativa frase del "rivale"Mereghetti sul film “Match point”,riferendosi a quel genio che porta il nome di Woody Allen: ...E alla fine manda in frantumi persino quel tanto di hitchcockiano che aveva costruito : il re del giallo non avrebbe mai lasciato che un poliziotto non risolvesse un delitto, qui il re della commedia fa ben di peggio…

Supergina
utente anonimo

#2    26 Gennaio 2006 - 22:19
 
Ma battute tipo "l'ho superato sul piano culturale", Manhattan style, ce ne stanno?
Uff, troppe pretese. Basterebbe la visione di Scarlett
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#3    27 Gennaio 2006 - 15:34
 
Supergina: troppo gentile, non lo merito. E' solo che non capita spesso di avere la fortuna di vedere due film di questa caratura a stretto giro di posta... ho solo cercato di trascrivere le sensazioni provate, con la speranza di invogliare chi legge alla visione. Grazie mille cmq!

pinuxbussu: no, siamo lontanissimi da Manhattan (in tutti i sensi).
Scarlett ha una scena da infarto...
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#4    28 Gennaio 2006 - 09:22
 
Non amo(avo) particolarmente Woody, ho scansato i sui film parecchie volte... Poi, ieri, ho visto "La Rosa Purpurea Del Cairo" e ho capito: non amo i film di e con Woody, sono le sue espressioni, i suoi modi di fare e di muoversi... che mi fanno impazzire, letteralmente.
Invece il film di ieri è stato proprio brillante, di una comicità di difficile reperibilità con un ping pong tra finzione e vita reale eccezionale!
Tutto questo per dire che non scanserò "Match Point" e tra un dibattito didattico e l'altro, conto di riuscire ad evadere dallo studio la prossima settimana!
Per "A History Of Violence" dovrò aspettare il cineforum del mio cinema (forse...).
Buona giornata!
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#5    29 Gennaio 2006 - 00:43
 
Elianto: Beh, "La rosa..." è un signor film, hai scelto bene!! [ma "Io e Annie" e "Manhattan" e "Zelig" li hai visti? 3 capolavori!]
Buona giornata anche a te!
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#6    06 Febbraio 2006 - 23:51
 
mi intrufolo in ritardo ché è la prima volta che visito questo blog.
Ovviamente sono concorde nell'esprimere la gioia per l'uscita di due films che finalmente alzano il livello dopo le bassezze natalizie, però non concordo affatto nel definire A History of Violence un film "diverso" nella cinematografia cronenberghiana. E' esattamente il film che mi aspettavo da Lui trattando una storia del genere, come dire: bisogna imparare a vedere l'opera omnia di un grande autore per poter capire ed adorare tutte le sue finezze. In questo film ci sono ovviamente tutti gli altri partoriti dal genio canadese. Un Miracolo.
Plauso anche a Woody Allen che invece non me lo aspettavo proprio: ce l'ha fatta a scansarsi un attimo!
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#7    07 Febbraio 2006 - 08:48
 
sarak: In primis, benvenuto! mi auguro di ritrovarti spesso su queste pagine.
Circa "la diversità cronenberghiana", mi riferivo soprattutto alla forma stilistica (converrai con me che siamo anni luce da "La mosca" o dal "Pasto nudo"...), un pò come "Una storia vera" è il film "diverso" di Lynch.
Circa le intenzioni e la messa in scena drammaturgica allora sì, riconosciamo l'Autore (che è tale proprio perchè riconoscibile anche da due fotogrammi).
Cmq alla fine l'importante è aver assistito davvero a due miracoli che come giustamente dici sono serviti a depurare gli occhi dalle nefandezze natalizie.
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#8    07 Febbraio 2006 - 12:52
 
Finalmente sono riuscita a vedere Match Point (per A History Of Violence...chissà) e... due cose: i primi 90 minuti sono stranissimi (un pò soap opera, a tratti)... al novantesimo, in un momento un pò morto, mi sono girata verso il mio compagno di cinema è gli ho detto: "eppure ero sicura di aver letto che fosse un thriller" (ho smesso di informarmi molto sul film prima di vederlo) e lui mi ha riso dietro, pure di gusto... ma, dopotutto, servono solo a creare la giusta reazione per la mezz'ora conclusiva: veramente incredibile. E' strano come ci si ritrovi a fare il tifo per il "cattivo" (ma un pò di nascosto) ed è stranissima la situazione che rimane ai titoli di coda: disorientata, letteralmente... Woody ci ha proprio lasciati piacevolmente basiti (sto ancora elaborando ma, del resto, sono un pò lenta in ciò...).
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#9    07 Febbraio 2006 - 23:04
 
Eliantotisaluta : si esatto, è proprio così: un senso di disorientamento causato da una strana immedesimazione...
Woody molto rigoroso nella sua scelta formale... speriamo adesso che torni con una commedia coi fiocchi (quelle davvero non si vedono da una vita...)
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#10    21 Febbraio 2006 - 12:19
 
Ho visto finalmente Match Point, e voglio aggiungere solo una cosa. Oggi più che mai è sacrosanta la frase: "Speriamo che nasca fortunato."
Soprattutto qui Italia. Speriamo che nasca fortunato e nella giusta famiglia, cioè quella ammanicata. Scusate lo sfogo che va al di là del film. Ma forse non sono andato così fuori tema...d'altronde il protagonista uccide la donna che ama solo per non rinunciare allo status sociale in cui vive. Il film è agghiacciante proprio perché mi sono ritrovato a pensare: "Minchia, una cosa del genere è assolutamente realistica. Lui è il prototipo del modo imperante di pensare al giorno d'oggi."
Grande Woody.
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#11    12 Settembre 2006 - 10:22
 
Concordo, due film bellissimi, tra i migliori della scorsa stagione. Cronenberg e Allen sono due autori che non tradiscono. E ora "Scoop"!
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