Match point (Woody Allen, 2005)
A history of violence (David Cronenberg, 2005)
Note:
1) Se ancora vi mancano, fate di tutto per andare a vedere questi due film.
2) Questo post contiene spoiler, li ho ritenuti necessari e funzionali alla natura dell’articolo stesso quindi proseguite a vostro rischio e pericolo (se non volete avere alcuna anticipazione sulle trame, ne sconsiglio la lettura – sigh!).
3) Questo post è stato scritto venerdì 20 gennaio, ma, come da mia antica abitudine ho aspettato qualche giorno per far sedimentare le cose (anche se ne avessi le qualità, e non le ho, non potrei mai fare il critico – troppo poco tempo per farsi un'opinione) e pubblicarlo.

L’idea di costruire un parallelo attorno a due opere apparentemente distanti (girate da due autori in “trasferta”) nasce da una comune reazione che mi hanno suscitato: sorpresa.
Sorpresa (positiva) derivata dal trovarsi di fronte a due pellicole atipiche per gli standard ai quali David Cronenberg e Woody Allen ci hanno abituato.
“A history of violence” si distacca dallo standard stilistico del “magnifico canadese” per il suo incedere asciutto e lineare, ben lontano dalle sperimentazioni cerebrali di “Inseparabili” o “Spider”, per intenderci.
“Match point” è invece lontano dagli standard qualitativi che il newyorchese più europeo che ci sia aveva ormai fissato da parecchi anni a questa parte (è opinione di chi scrive che si debba risalire a “Zelig” o “La rosa purpurea del Cairo” – sebbene anche “Crimini e misfatti” dica la sua – per ritrovare un Woody così in forma).
Ma le similitudini non si esauriscono qui.
Basti pensare all’agire cruento ma determinato dei protagonisti, oppure al sottotesto ferocemente amaro e pessimista che si annida in ogni sequenza, o ancora all’inscindibile binomio “delitto-castigo” che qui invece, in entrambi i casi, più che mai si rivela fallace.
Film d’attori, tutti bravissimi; da Maria Bello a Scarlett Johansson, passando per i volti di Viggo Mortensen (perfetto in ogni inquadratura) e del giovane Jonathan Rhys-Meyers (interpretazione trattenuta e soffocata in linea con il crescendo del climax, con un quarto d’ora finale davvero da brividi).
Attori che danno vita a personaggi le quali scelte sono inequivocabilmente dettate dagli ambienti nei quali sono immersi (ancora una similitudine): in sordina, la tranquilla cittadina dell’Indiana e le asettiche stanze dell’alta borghesia inglese rappresentano, per un motivo o per un altro, proprio le ragioni che stanno dietro le gesta di Tom Stall e di Chris Wilton.
Due uomini alle prese con un problema da risolvere: useranno lo stesso sistema...
Due uomini che, nel loro agire, fanno risalire a galla parecchi mostri che si annidano nel profondo; e forse è per questo che fanno così male, questi film.
E’ possibile davvero ripartire da zero?
Fino a che punto ci si può spingere per difendere i propri affetti?
E le proprie cose?
Fino a che punto siamo in grado di liberarci dei possedimenti materiali?
Quando si gioca, si è davvero pronti a misurarsi con un’eventuale sconfitta?
A parte tutto questo, ognuna delle due opere prende poi la strada propria e quello che convince maggiormente è la messa in scena di due storie diritte e senza fronzoli, scritte alla perfezione e girate con assenza totale di ridondanze o autoindulgenze.
“A history of violence”, sebbene come abbia scritto prima sia distante dal modus operandi di Cronenberg ci tiene comunque a portarsi dietro almeno un tema caro al regista de “La zona morta”: la riflessione sull’identità (Tom è Joey è Tom).
Costruito come un film di Penn o degli ultimi Eastwood, senza lesinare in crude e devastanti scene, il film trasporta letteralmente lo spettatore in un baratro, passo dopo passo, allo scopo di chiudere un cerchio (l’ultima scena è speculare alla prima; Tom Stall si fa un viaggio nel passato per riappropriarsi del suo presente – ma sarà ancora Tom Stall?).
“Match point” è un lungo, cinico e brutale apologo sul “caso”.
Ed è una riflessione che tocca nervi scoperti; la banale consapevolezza che quando la pallina da tennis arriva sul net (la rete) può cadere al di là (e si vince) o rimbalzare sul proprio campo (e si perde).
Una metafora decisamente felice, successivamente riproposta (con variante) su un sottofondo quanto mai amaro e incentrato sull’illusione della “vittoria”.
Esattamente come quando hai la sensazione che avresti vinto perdendo, e non portando a casa un maledetto trofeo.
Chris lo capisce, quando parla con i fantasmi, che sarebbe stato giusto perderlo il match… ma non ha coraggio di gettare la spugna (così come non ha avuto il coraggio di affrontare la situazione che ha portato alla tragedia) bensì si augura che qualcuno (la forza pubblica?) possa portare giustizia.
Ma il fato detta legge, e la (triste) morale è che alla fine forse è meglio “avere fortuna che talento”.
Due film bellissimi, tra i migliori di questa stagione 2005/2006.
Dovendo a malincuore sceglierne uno forse al momento opterei per “Match point”, ma proprio di misura.
Una vittoria al fotofinish.
Anzi, al tie-break.
A history of violence (David Cronenberg, 2005)
Note:
1) Se ancora vi mancano, fate di tutto per andare a vedere questi due film.
2) Questo post contiene spoiler, li ho ritenuti necessari e funzionali alla natura dell’articolo stesso quindi proseguite a vostro rischio e pericolo (se non volete avere alcuna anticipazione sulle trame, ne sconsiglio la lettura – sigh!).
3) Questo post è stato scritto venerdì 20 gennaio, ma, come da mia antica abitudine ho aspettato qualche giorno per far sedimentare le cose (anche se ne avessi le qualità, e non le ho, non potrei mai fare il critico – troppo poco tempo per farsi un'opinione) e pubblicarlo.

L’idea di costruire un parallelo attorno a due opere apparentemente distanti (girate da due autori in “trasferta”) nasce da una comune reazione che mi hanno suscitato: sorpresa.
Sorpresa (positiva) derivata dal trovarsi di fronte a due pellicole atipiche per gli standard ai quali David Cronenberg e Woody Allen ci hanno abituato.
“A history of violence” si distacca dallo standard stilistico del “magnifico canadese” per il suo incedere asciutto e lineare, ben lontano dalle sperimentazioni cerebrali di “Inseparabili” o “Spider”, per intenderci.
“Match point” è invece lontano dagli standard qualitativi che il newyorchese più europeo che ci sia aveva ormai fissato da parecchi anni a questa parte (è opinione di chi scrive che si debba risalire a “Zelig” o “La rosa purpurea del Cairo” – sebbene anche “Crimini e misfatti” dica la sua – per ritrovare un Woody così in forma).
Ma le similitudini non si esauriscono qui.
Basti pensare all’agire cruento ma determinato dei protagonisti, oppure al sottotesto ferocemente amaro e pessimista che si annida in ogni sequenza, o ancora all’inscindibile binomio “delitto-castigo” che qui invece, in entrambi i casi, più che mai si rivela fallace.
Film d’attori, tutti bravissimi; da Maria Bello a Scarlett Johansson, passando per i volti di Viggo Mortensen (perfetto in ogni inquadratura) e del giovane Jonathan Rhys-Meyers (interpretazione trattenuta e soffocata in linea con il crescendo del climax, con un quarto d’ora finale davvero da brividi).
Attori che danno vita a personaggi le quali scelte sono inequivocabilmente dettate dagli ambienti nei quali sono immersi (ancora una similitudine): in sordina, la tranquilla cittadina dell’Indiana e le asettiche stanze dell’alta borghesia inglese rappresentano, per un motivo o per un altro, proprio le ragioni che stanno dietro le gesta di Tom Stall e di Chris Wilton.
Due uomini alle prese con un problema da risolvere: useranno lo stesso sistema...
Due uomini che, nel loro agire, fanno risalire a galla parecchi mostri che si annidano nel profondo; e forse è per questo che fanno così male, questi film.
E’ possibile davvero ripartire da zero?
Fino a che punto ci si può spingere per difendere i propri affetti?
E le proprie cose?
Fino a che punto siamo in grado di liberarci dei possedimenti materiali?
Quando si gioca, si è davvero pronti a misurarsi con un’eventuale sconfitta?
A parte tutto questo, ognuna delle due opere prende poi la strada propria e quello che convince maggiormente è la messa in scena di due storie diritte e senza fronzoli, scritte alla perfezione e girate con assenza totale di ridondanze o autoindulgenze.
“A history of violence”, sebbene come abbia scritto prima sia distante dal modus operandi di Cronenberg ci tiene comunque a portarsi dietro almeno un tema caro al regista de “La zona morta”: la riflessione sull’identità (Tom è Joey è Tom).
Costruito come un film di Penn o degli ultimi Eastwood, senza lesinare in crude e devastanti scene, il film trasporta letteralmente lo spettatore in un baratro, passo dopo passo, allo scopo di chiudere un cerchio (l’ultima scena è speculare alla prima; Tom Stall si fa un viaggio nel passato per riappropriarsi del suo presente – ma sarà ancora Tom Stall?).
“Match point” è un lungo, cinico e brutale apologo sul “caso”.
Ed è una riflessione che tocca nervi scoperti; la banale consapevolezza che quando la pallina da tennis arriva sul net (la rete) può cadere al di là (e si vince) o rimbalzare sul proprio campo (e si perde).
Una metafora decisamente felice, successivamente riproposta (con variante) su un sottofondo quanto mai amaro e incentrato sull’illusione della “vittoria”.
Esattamente come quando hai la sensazione che avresti vinto perdendo, e non portando a casa un maledetto trofeo.
Chris lo capisce, quando parla con i fantasmi, che sarebbe stato giusto perderlo il match… ma non ha coraggio di gettare la spugna (così come non ha avuto il coraggio di affrontare la situazione che ha portato alla tragedia) bensì si augura che qualcuno (la forza pubblica?) possa portare giustizia.
Ma il fato detta legge, e la (triste) morale è che alla fine forse è meglio “avere fortuna che talento”.
Due film bellissimi, tra i migliori di questa stagione 2005/2006.
Dovendo a malincuore sceglierne uno forse al momento opterei per “Match point”, ma proprio di misura.
Una vittoria al fotofinish.
Anzi, al tie-break.







