TRUST (Low, 2002)
i want to believe
i want to believe
i want to believe
i want to believe
just keep counting the stars
like someday you'll find out
just how many there are
and we all can go home
'cuz there's nothing as sad
as a man on his back
counting stars
but, i want to believe
yes, i want to believe
i want to believe
i want to believe
i want to believe
just keep counting the stars
like someday you'll find out
just how many there are
and we all can go home
'cuz there's nothing as sad
as a man on his back
counting stars
but, i want to believe
yes, i want to believe

C’è una mano tesa sulla copertina di “Trust”.
Fiducia.
Una bella parola, pesante come un macigno, densa come un lago di inchiostro.
E nero e rosso intorno.
E anche se non si vede, il bianco delle distese innevate nordamericane e il fuoco di un braciere; quello sul quale tendere la mano.
Per dimostrare la propria fiducia.
Per cercare di riguadagnare le “cose andate perdute”.
Tra chiaroscuri mai ben delineati e una dolente oscurità che si leva dal profondo; tra scarne ma solenni note incasellate in uno spazio invisibile e al tempo stesso enormemente ingombrante: qui risiede la soavità pura e cristallina di un canto che si eleva come un’ invocazione a lungo attesa, come una sofferta e infine liberatoria preghiera.
Un canto scandito da angoscianti ma suadenti rintocchi di tamburi, sempre, ovunque…
I battiti del cuore, ma anche l’incessante scorrere del tempo (“…time is the diamond…”)…
Canzoni dolorose e intime, rallentate oltre il tollerabile, fino al raggiungimento di un non-suono, una calda e avvolgente sospensione ferma lì, a mezz’aria, dove anche le note si possono sfiorare…
Canzoni che fanno male, capaci di arrivare giù in fondo, dove a nessuno diamo il diritto di andare, dove riserviamo un posto a sogni, speranze, gioie, sconfitte, memorie mai dette.
La tensione drammatica e il pathos emergono dai fumi di una psichedelìa dell’anima, attraverso strati e strati di onirici paesaggi, ed arrivano a compiere il miracolo: il raggiungimento di una catarsi emozionale che investe con la veemenza di un imprevisto addio.
O di un infuocato e ardente braciere.
Quello sul quale mettere la propria mano.
E la propria fede.







