NEBRASKA (Bruce Springsteen, 1982)
…still at the end of every hard earned day
people find some reason to believe.

…still at the end of every hard earned day
people find some reason to believe.

Nello scorso inverno, tornando a casa dal lavoro, mi ritrovai dinanzi agli occhi uno scenario abbastanza vicino a quello della copertina di Nebraska.
La neve, e quel cielo gonfio a sorvegliare la strada.
Accesi il lettore cd e Nebraska era anche lì ad accogliermi.
Non era premeditato, è che molto più semplicemente il capolavoro acustico del Boss lo tengo quasi perennemente con me nei mesi più freddi.
Ho una naturale e feroce avversione per temperature che non siano almeno di 23-25° e quindi d’inverno ho bisogno di più calore possibile.
Quello che mi sanno dare dischi come questo, dischi che valgono una carriera intera, che resistono all’incedere del tempo acquisendo giorno dopo giorno sempre maggiore ricchezza.
Da questi solchi, qualche anno fa, è scoccata la scintilla per quello che sarebbe diventato poi il mio incontenibile ed ardente amore per Bruce Springsteen.
Ma ci ha messo un po’ ad accendersi, questa scintilla.
Con la supponenza infantile e presuntuosa di svalutare una qualsiasi opera priva di una produzione impeccabile, storsi il naso di fronte alle imprecisioni, i fruscii, i rumori di fondo, i bilanciamenti sballati, le frequenze mozzate, le involontarie distorsioni, gli errori (così veri, così intimi) di quello che era nato come un demo-tape casalingo poi riversato su vinile.
E poi i testi, che proprio non capivo, pieni zeppi di America… un’America diversa, aliena, nascosta.
Di sicuro non quell’America che sognavo di girarmi in lungo e in largo da ragazzino, quando insieme a babylon78 disegnavamo il nostro coast-to-coast ideale da percorrere su una Thunderbird del ’67.
Un’America ai margini, fatta di dolore e speranze, di scommesse e di ricordi, di colline e di fucili.
E solo quando fui costretto ad una sosta forzata in casa durata quasi una settimana mi accorsi di avere tra le mani un tesoro di inestimabile fattura…
Ripresi in mano quei testi strani, quasi imbarazzanti per la loro nuda semplicità… e guidato dall’armonica e dall’acustica di Bruce mi ritrovai di colpo a Philly, alla ricerca di un lavoro per mettere qualcosa da parte e magari comprare quei due biglietti per farmi un giro sulle città della costa o spenderli nella notte ad Atlantic City.
E poi fui a Linden Town, ricordando ancora la casa sulla collina che guardavamo da piccoli, quando d'estate tutte le luci brillavano e la musica suonava e la gente rideva tutto il tempo.
Si stava bene, anche se speravo tanto di poter vincere alla lotteria per non dover guidare più una macchina usata…
Un battito di ciglia e mi sembrò di sentire ancora vicino le parole pronunciate da Johnny alla sbarra, quando il suo disperato e folle gesto gli costò 98 anni più uno.
Una triste storia, come quella di Joe Roberts che così tanto aveva a cuore il fratello Franky da lasciarlo correre oltre il confine del Michigan, nonostante il guaio che aveva combinato alla trattoria.
Ma si sa, un uomo che volta le spalle alla propria famiglia è un poco di buono, e Joe l’onesto si fermò a 5 miglia dal Canada.
E ricordai di quando stavo in piedi tutta la notte per poter raggiungere Wanda, dall’altro capo del Jersey… Tiravo a lucido la macchina, carburatore pulito, frizione e set di luci nuove di zecca, candele e punterie come nuove.
Alle prime ore del mattino ero ancora in viaggio, con il sole che si alzava da sopra le ciminiere… ma mancava poco a casa…
Mi tornò in mente la casa di mio padre, e tanti particolari ancora… la speranza nel domani di Mary Lou abbandonata dal suo Johnny, e dello sposo che ancora aspetta l’arrivo della sua piccola giù al fiume… anche adesso che la congregazione è andata via da un pezzo…
E terminai il viaggio da dove l’avevo cominciato; a Lincoln… quasi avvertendo di nuovo il peso dei morti lasciati per strada nei bassifondi del Wyoming.
Questo è quello che provai quel giorno, e quello che mi capita ancora di provare quando ascolto Nebraska, il più bel disco acustico che io conosca.
La neve, e quel cielo gonfio a sorvegliare la strada.
Accesi il lettore cd e Nebraska era anche lì ad accogliermi.
Non era premeditato, è che molto più semplicemente il capolavoro acustico del Boss lo tengo quasi perennemente con me nei mesi più freddi.
Ho una naturale e feroce avversione per temperature che non siano almeno di 23-25° e quindi d’inverno ho bisogno di più calore possibile.
Quello che mi sanno dare dischi come questo, dischi che valgono una carriera intera, che resistono all’incedere del tempo acquisendo giorno dopo giorno sempre maggiore ricchezza.
Da questi solchi, qualche anno fa, è scoccata la scintilla per quello che sarebbe diventato poi il mio incontenibile ed ardente amore per Bruce Springsteen.
Ma ci ha messo un po’ ad accendersi, questa scintilla.
Con la supponenza infantile e presuntuosa di svalutare una qualsiasi opera priva di una produzione impeccabile, storsi il naso di fronte alle imprecisioni, i fruscii, i rumori di fondo, i bilanciamenti sballati, le frequenze mozzate, le involontarie distorsioni, gli errori (così veri, così intimi) di quello che era nato come un demo-tape casalingo poi riversato su vinile.
E poi i testi, che proprio non capivo, pieni zeppi di America… un’America diversa, aliena, nascosta.
Di sicuro non quell’America che sognavo di girarmi in lungo e in largo da ragazzino, quando insieme a babylon78 disegnavamo il nostro coast-to-coast ideale da percorrere su una Thunderbird del ’67.
Un’America ai margini, fatta di dolore e speranze, di scommesse e di ricordi, di colline e di fucili.
E solo quando fui costretto ad una sosta forzata in casa durata quasi una settimana mi accorsi di avere tra le mani un tesoro di inestimabile fattura…
Ripresi in mano quei testi strani, quasi imbarazzanti per la loro nuda semplicità… e guidato dall’armonica e dall’acustica di Bruce mi ritrovai di colpo a Philly, alla ricerca di un lavoro per mettere qualcosa da parte e magari comprare quei due biglietti per farmi un giro sulle città della costa o spenderli nella notte ad Atlantic City.
E poi fui a Linden Town, ricordando ancora la casa sulla collina che guardavamo da piccoli, quando d'estate tutte le luci brillavano e la musica suonava e la gente rideva tutto il tempo.
Si stava bene, anche se speravo tanto di poter vincere alla lotteria per non dover guidare più una macchina usata…
Un battito di ciglia e mi sembrò di sentire ancora vicino le parole pronunciate da Johnny alla sbarra, quando il suo disperato e folle gesto gli costò 98 anni più uno.
Una triste storia, come quella di Joe Roberts che così tanto aveva a cuore il fratello Franky da lasciarlo correre oltre il confine del Michigan, nonostante il guaio che aveva combinato alla trattoria.
Ma si sa, un uomo che volta le spalle alla propria famiglia è un poco di buono, e Joe l’onesto si fermò a 5 miglia dal Canada.
E ricordai di quando stavo in piedi tutta la notte per poter raggiungere Wanda, dall’altro capo del Jersey… Tiravo a lucido la macchina, carburatore pulito, frizione e set di luci nuove di zecca, candele e punterie come nuove.
Alle prime ore del mattino ero ancora in viaggio, con il sole che si alzava da sopra le ciminiere… ma mancava poco a casa…
Mi tornò in mente la casa di mio padre, e tanti particolari ancora… la speranza nel domani di Mary Lou abbandonata dal suo Johnny, e dello sposo che ancora aspetta l’arrivo della sua piccola giù al fiume… anche adesso che la congregazione è andata via da un pezzo…
E terminai il viaggio da dove l’avevo cominciato; a Lincoln… quasi avvertendo di nuovo il peso dei morti lasciati per strada nei bassifondi del Wyoming.
Questo è quello che provai quel giorno, e quello che mi capita ancora di provare quando ascolto Nebraska, il più bel disco acustico che io conosca.







