Wretch (Kyuss, 1991)
Blues for the red sun (Kyuss, 1992)
Welcome to Sky Valley (Kyuss, 1994)
…And the circus leaves town (Kyuss, 1995)
[I]: Please excuse a possible obvious answer to a stupid question, but what the hell does the word "kyuss" mean anyway?
[John Garcia]: "It is a character from Dungeons and Dragons (the game).
But we only used it because we thought it was a cool name. If you were to look it up in the dictionary, it would say 'Four guys from the desert playing kick ass rock and roll' '', or something to that effect!
Blues for the red sun (Kyuss, 1992)
Welcome to Sky Valley (Kyuss, 1994)
…And the circus leaves town (Kyuss, 1995)
[I]: Please excuse a possible obvious answer to a stupid question, but what the hell does the word "kyuss" mean anyway?
[John Garcia]: "It is a character from Dungeons and Dragons (the game).
But we only used it because we thought it was a cool name. If you were to look it up in the dictionary, it would say 'Four guys from the desert playing kick ass rock and roll' '', or something to that effect!
Strane congiunzioni astrali e “sabbiose” vogliono che anche su questo blog, in questo periodo, si parli del suono del deserto.Tuttavia limitatamente ad una band, un quartetto di Palm Desert (CA) [appunto…] che sulle rocce dei Canyon l’ha lasciato sul serio un solco.
Una carriera lampo, quattro dischi (in cinque anni) pesanti, ipnotici, aridi: esattamente come vi immaginate che sia il deserto compreso tra il nuovo Messico e il Colorado, 50 gradi all’ombra e un amplificatore per basso piazzato in mezzo al sole (non a caso l’unica immagine che campeggia all’interno dello spartano booklet di 4 pagine di Blues for the red sun – un disco da comprare già solo per il titolo).
Raramente un sound e una band sono stati così esplicitamente rappresentativi di un preciso stilema, perpetrato dalla prima all’ultima nota delle loro composizioni.
Nessun compromesso o cessione stilistica, una strada (quella che si vede nella copertina del capolavoro massimo Welcome to sky valley) imboccata e seguita fino al termine, o almeno fin quando il sole stesso non ha cominciato ad alimentare un autocombustione.
E poi la scelta più intelligente ed onesta (quella che i furbi e gli approfittatori non fanno mai, leggasi Aerosmith, Rolling Stones, AC/DC… e tanti tanti altri): quella di dire: “Muchas gracias amigos, questi erano i Kyuss, è tutto”.
E poco importa se dietro lo split ci siano state magari incomprensioni o questioni di ego: il quarto e ultimo lavoro (…And the circus leaves town, titolo quanto mai emblematico) è quello della maturazione compositiva, dove gli intrecci chitarra/voce raggiungono forse per la prima volta un grado di fusione armonica perfetta.
Ad ogni modo tre dischi memorabili (tenendo fuori quindi il primordiale e ancora “indeciso” Wretch), meritevoli di aver saputo contrastare con forza e identità la mirabile stagione del grunge, facendo della loro estrazione territoriale e del loro habitat un marchio distintivo.
Mai un minuto di troppo in questi mantra lisergici eppur aggressivi, a volte lentissimi (come lo scorrere del tempo nel Canyon) così come pronti a repentini scatti al fulmicotone (Freedom run/Free to run…), degna eredità dei Black Sabbath che furono, centrifugati con le esperienze “mistiche” dei Grateful Dead e di tutta la San Francisco dei 60’s.
Un sound unico e irripetibile, tutto o quasi frutto della mente di uno dei più prolifici autori degli ultimi 3 lustri, quel Josh Homme presente anche nei miei special thanx perchè tra i pochissimi ancora capaci di non sbagliare un colpo, reinventare, saper gestire un personaggio.
E ovviamente scrivere canzoni da antologia (ascoltare l’intera discografia dei Queens of the stone age per credere, esempio perfetto di un’alchimia capace di stregare pubblico e critica, far battere i piedi, far correre per strada, far alzare il volume fino a demolire altoparlanti).
Nei Kyuss riempiva di polvere ed LSD la sei corde, poi prendeva un jack e lo collegava ad un ampli per basso, tagliava le frequenze… e quello che usciva erano 10, 20, 50 chitarre che all’unisono urlavano riffs…
L’attacco di Gardenia (da Sky Valley) ben rende l’idea: un magma sonoro capace di abbattere una montagna…
Non apprezzando particolarmente la voce rabbiosa ed aggressiva di John Garcia, quello che mi ha sempre affascinato di questa band sono proprio le evoluzioni strumentali (a volte anche acustiche, quasi a sottolineare la provenienza psichedelica del tutto), divagazioni sul tema affascinanti ed irresistibili.
Adesso non ci sono più (da circa 10 anni) ed il buon Josh cerca di portare avanti avanti il suo progetto (QOTSA, 4 release al momento) mantenendo spessore ed originalità frutto di un sound tutto suo… ma nonostante le impeccabili composizioni e l’inarrivabile Songs for the deaf (il miglior disco hard degli ultimi 20 anni, per quanto mi riguarda), la magia dei Kyuss rimane cristallizzata nella polvere del tempo che fu.
Il suono del deserto dunque.
Esattamente quello che vi immaginate.







