Questo blog porta il nome di una canzone dei R.E.M..
I R.E.M. sono la mia band preferita.
Prima o poi sapevo che sarebbe arrivato il momento di parlarne, ma come spesso avviene, sono così tante le cose che diresti quando l’oggetto della discussione ti sta a cuore, che non sai da dove partire.
E così ho risolto con un trucco, una scorciatoia: scrivere due righe solo su un disco, quello che ha in copertina il monociglio di Bill Berry.
Comprai Lifes Rich Pageant diversi anni fa; mi piacque al primo ascolto… cosa che mi succede raramente (e quando succede, non è quasi mai un buon segno…), e soprattutto non facevo altro che pensare alla spontanea potenza di quei pezzi perfetti.
Composto ed eseguito in maniera impeccabile (se solo ci fosse stato anche Scott Litt alla consolle!) ed aperto da un incipit pazzesco (i 3 pezzi d’apertura sono tra le cose più dirompenti che io abbia mai ascoltato… certamente il miglior inizio di disco della loro carriera), Lifes trae la sua forza da un’irruenza giovanile già sorprendentemente mitigata da un elevatissimo grado di maturità: un equilibrio raggiunto al quarto disco (molto prima del grande salto nello star-system) apparentemente senza alcuna fatica.
Ascoltando e riascoltando queste 12 perle non si può non pensare all’integrità artistica che da sempre ha marchiato a fuoco l'opera di Bill Berry, Peter Buck, Mike Mills e Michael Stipe: le note che ascoltiamo qui sono le stesse (da un punto di vista concettuale e di approccio) a quelle registrate negli anni ’90, quelli del successo planetario; esempio perfetto, forse il migliore, di un adeguamento del mondo circostante ad una realtà ben specifica e non viceversa.
Mai un momento di stanca: dal semplicissimo quanto indelebile riff di apertura di Begin the begin (la migliore da loro composta in tutto il decennio, per chi scrive) agli struggenti incroci vocali di Fall on me (la vetta emozionale del disco), passando per la litania drammatica e ipnotica di Swan Swan H ai ritmi incalzanti e frenetici di I believe.
E poi la corsa senza freni di These days (che gioiello!), il delirio gitano (e geniale) di Underneath the bunker, l’impeccabile struttura armonica di What if we give it away?, lo spassoso rock ‘n roll di Superman...
Una band al suo meglio, un affiatamento che ha del miracoloso; nonostante l’esplosivo esordio di Murmur (1983) e la commovente sequela di capolavori di Automatic for the people (1992), è qui che giace la summa della cifra artistica dei R.E.M..
Una carriera costellata di dischi enormi; un ruolo fondamentale nell’evoluzione del rapporto artista-industria (band indie che firma per una major, garage-rock che entra nelle case, incommensurabile terreno di semina per tanti e tanti gruppi a venire); un posto di diritto nella storia del rock.
E’ questo è il loro massimo:
Lifes rich pageant, 1986.
I R.E.M. sono la mia band preferita.
Prima o poi sapevo che sarebbe arrivato il momento di parlarne, ma come spesso avviene, sono così tante le cose che diresti quando l’oggetto della discussione ti sta a cuore, che non sai da dove partire.
E così ho risolto con un trucco, una scorciatoia: scrivere due righe solo su un disco, quello che ha in copertina il monociglio di Bill Berry.
Comprai Lifes Rich Pageant diversi anni fa; mi piacque al primo ascolto… cosa che mi succede raramente (e quando succede, non è quasi mai un buon segno…), e soprattutto non facevo altro che pensare alla spontanea potenza di quei pezzi perfetti.
Composto ed eseguito in maniera impeccabile (se solo ci fosse stato anche Scott Litt alla consolle!) ed aperto da un incipit pazzesco (i 3 pezzi d’apertura sono tra le cose più dirompenti che io abbia mai ascoltato… certamente il miglior inizio di disco della loro carriera), Lifes trae la sua forza da un’irruenza giovanile già sorprendentemente mitigata da un elevatissimo grado di maturità: un equilibrio raggiunto al quarto disco (molto prima del grande salto nello star-system) apparentemente senza alcuna fatica.
Ascoltando e riascoltando queste 12 perle non si può non pensare all’integrità artistica che da sempre ha marchiato a fuoco l'opera di Bill Berry, Peter Buck, Mike Mills e Michael Stipe: le note che ascoltiamo qui sono le stesse (da un punto di vista concettuale e di approccio) a quelle registrate negli anni ’90, quelli del successo planetario; esempio perfetto, forse il migliore, di un adeguamento del mondo circostante ad una realtà ben specifica e non viceversa.
Mai un momento di stanca: dal semplicissimo quanto indelebile riff di apertura di Begin the begin (la migliore da loro composta in tutto il decennio, per chi scrive) agli struggenti incroci vocali di Fall on me (la vetta emozionale del disco), passando per la litania drammatica e ipnotica di Swan Swan H ai ritmi incalzanti e frenetici di I believe.
E poi la corsa senza freni di These days (che gioiello!), il delirio gitano (e geniale) di Underneath the bunker, l’impeccabile struttura armonica di What if we give it away?, lo spassoso rock ‘n roll di Superman...
Una band al suo meglio, un affiatamento che ha del miracoloso; nonostante l’esplosivo esordio di Murmur (1983) e la commovente sequela di capolavori di Automatic for the people (1992), è qui che giace la summa della cifra artistica dei R.E.M..
Una carriera costellata di dischi enormi; un ruolo fondamentale nell’evoluzione del rapporto artista-industria (band indie che firma per una major, garage-rock che entra nelle case, incommensurabile terreno di semina per tanti e tanti gruppi a venire); un posto di diritto nella storia del rock.
E’ questo è il loro massimo:
Lifes rich pageant, 1986.








