A cavallo tra la fine degli anni ’90 e il decennio in corso, Canale 5 possedeva i diritti televisivi per la trasmissione della Notte degli Oscar ed io ero puntualmente seduto sulla mia solita poltrona al passaggio tra il 25 e il 26 marzo del 1990, pronto a tifare per il film che letteralmente mi illuminò in quella stagione: L’attimo fuggente.L’indimenticabile opera “formativa” di Peter Weir si accaparrò meritatamente 4 delle 5 nominations principali e fra queste tutte le mie attenzioni erano rivolte al professor Keating, alias Robin Williams.
Il contendente più ostico sulla carta pareva essere Tom Cruise, che calamitò un interesse notevole per aver dato una sferzata alla sua carriera interpretando Nato il 4 luglio di Oliver Stone.
Poi c’erano tre outsiders: Kenneth Branagh per il suo Enrico V, Morgan Freeman per il narcotico A spasso con Daisy e questo sconosciuto inglese (almeno per me, ingenuo quattordicenne) che prestava anima e corpo ad una piccola produzione indipendente irlandese firmata Jim Sheridan: Il mio piede sinistro.
Ero così tranquillo per la vittoria di Robin che fu uno shock vedere ritirare il premio proprio dall’inglese di cui sopra, tal Daniel Day-Lewis.
E fu proprio così, in preda ad un forte sentimento di rancore (ribadisco che avevo 14 anni e che esibivo un vero e proprio tifo calcistico durante la visione della Notte delle Stelle) che conobbi colui che da lì a qualche anno sarebbe diventato il mio attore preferito in assoluto.

13 anni dopo, il 23 marzo del 2003, i diritti televisivi non erano più in mano al biscione ma a LA7 (dopo esser transitati per Telepiù e prima di arrivare a Sky).
Io di anni ne avevo 27 e in mezzo c’era passato davvero un fiume.
Eppure ero sempre lì, e mi preparavo ad assistere a quella che (così giurai il mattino dopo) consegnai alla memoria come l’ultima Notte degli Oscar vista in diretta.
Il giuramento è ancora saldo perché una delusione simile ha davvero pochi precedenti nella storia del Cinema: Gangs of New York, imperfetta ma sublime litania epica di Martin Scorsese arrivò con 11 nominations e se ne andò a mani completamente vuote.
Il trionfatore della serata fu Chicago. (…)
Ero certo del premio a Scorsese così decisi di focalizzare la mia attenzione sulla statuetta al miglior attore.
A differenza di 13 anni prima, stavolta quell’inglese lo conoscevo assai bene.
Dopo aver recuperato l’incommensurabile performance de Il mio piede sinistro cominciai a seguirlo passo passo (rispolverando di tanto in tanto anche le cose fatte prima dell’89: il marinaresco remake de Il Bounty, l’alternativo My beautiful laundrette, il settecentesco Camera con vista, il sensuale L’insostenibile leggerezza dell’essere) e ne ammirai incantato il temperamento indomito e infuocato nel poetico L’ultimo dei Mohicani; l’ardente ed irrefrenabile rabbia nel magnifico Nel nome del padre (anche lì nomination); l’eleganza e la classe sublime esibita nel capolavoro scorsesiano L’età dell’innocenza; la tragicità lirica e passionale che salva comunque un film non buono come La seduzione del male; la perfetta identificazione del pugile Danny Flynn (solo DeNiro a quei livelli) in The Boxer…
Dopo una lunga pausa durata 5 anni, arriva il buon Scorsese a rimetterlo in pista cucendogli addosso un’altra figura immortale: Bill ‘The butcher’ Cutting… ed ogni considerazione critica sulla sua interpretazione è davvero superflua.
A contendergli un Oscar praticamente certo: il redivivo Nicholas Cage, il vecchio leone Michael Caine, Jack, e Adrien Brody.
Proprio quest’ultimo vinse (bravissimo ne Il pianista però Day-Lewis non è bravo, è alieno) e io riprovai la stessa delusione di 13 anni prima, ma vissuta al contrario…
Sono passati altri 3 anni e mezzo, e intanto un altro fiume è stato attraversato.
Daniel Day-Lewis è ancora il mio attore preferito, ed è colui che io ritengo essere il più grande talento sprecato in circolazione.
Ha detto che è costretto a fare pochissimi film per due motivi: un po’ perché ci mette sempre almeno un anno ad uscire da un personaggio (tale è la sua immedesimazione – visse su una sedia a rotelle per tre mesi per fare Il mio piede sinistro, abitò in una foresta per prepararsi all’Ultimo dei Mohicani, si fece gettare in cella e torturare per Nel nome del padre, si spaccò la faccia durante la preparazione di The boxer…), un po’ perché è troppo distratto dalla vita (lasciò Isabelle Adjani con un fax, trascorse 3 anni a fare il ciabattino a Firenze, adesso è insieme alla figlia di Arthur Miller…).
L’anno prossimo compirà 50 anni, in combinazione con l’uscita del nuovo There will be blood di Paul Thomas Anderson (dopo che la distribuzione si è persa per strada The ballad of Jack and Rose, diretto dalla moglie) e magari questo traguardo ce lo restituirà più presente e costante.
Ma più bravo, no.
Come si fa ad essere più bravi di così?
Io di anni ne avevo 27 e in mezzo c’era passato davvero un fiume.
Eppure ero sempre lì, e mi preparavo ad assistere a quella che (così giurai il mattino dopo) consegnai alla memoria come l’ultima Notte degli Oscar vista in diretta.
Il giuramento è ancora saldo perché una delusione simile ha davvero pochi precedenti nella storia del Cinema: Gangs of New York, imperfetta ma sublime litania epica di Martin Scorsese arrivò con 11 nominations e se ne andò a mani completamente vuote.
Il trionfatore della serata fu Chicago. (…)
Ero certo del premio a Scorsese così decisi di focalizzare la mia attenzione sulla statuetta al miglior attore.
A differenza di 13 anni prima, stavolta quell’inglese lo conoscevo assai bene.
Dopo aver recuperato l’incommensurabile performance de Il mio piede sinistro cominciai a seguirlo passo passo (rispolverando di tanto in tanto anche le cose fatte prima dell’89: il marinaresco remake de Il Bounty, l’alternativo My beautiful laundrette, il settecentesco Camera con vista, il sensuale L’insostenibile leggerezza dell’essere) e ne ammirai incantato il temperamento indomito e infuocato nel poetico L’ultimo dei Mohicani; l’ardente ed irrefrenabile rabbia nel magnifico Nel nome del padre (anche lì nomination); l’eleganza e la classe sublime esibita nel capolavoro scorsesiano L’età dell’innocenza; la tragicità lirica e passionale che salva comunque un film non buono come La seduzione del male; la perfetta identificazione del pugile Danny Flynn (solo DeNiro a quei livelli) in The Boxer…
Dopo una lunga pausa durata 5 anni, arriva il buon Scorsese a rimetterlo in pista cucendogli addosso un’altra figura immortale: Bill ‘The butcher’ Cutting… ed ogni considerazione critica sulla sua interpretazione è davvero superflua.
A contendergli un Oscar praticamente certo: il redivivo Nicholas Cage, il vecchio leone Michael Caine, Jack, e Adrien Brody.
Proprio quest’ultimo vinse (bravissimo ne Il pianista però Day-Lewis non è bravo, è alieno) e io riprovai la stessa delusione di 13 anni prima, ma vissuta al contrario…
Sono passati altri 3 anni e mezzo, e intanto un altro fiume è stato attraversato.
Daniel Day-Lewis è ancora il mio attore preferito, ed è colui che io ritengo essere il più grande talento sprecato in circolazione.
Ha detto che è costretto a fare pochissimi film per due motivi: un po’ perché ci mette sempre almeno un anno ad uscire da un personaggio (tale è la sua immedesimazione – visse su una sedia a rotelle per tre mesi per fare Il mio piede sinistro, abitò in una foresta per prepararsi all’Ultimo dei Mohicani, si fece gettare in cella e torturare per Nel nome del padre, si spaccò la faccia durante la preparazione di The boxer…), un po’ perché è troppo distratto dalla vita (lasciò Isabelle Adjani con un fax, trascorse 3 anni a fare il ciabattino a Firenze, adesso è insieme alla figlia di Arthur Miller…).
L’anno prossimo compirà 50 anni, in combinazione con l’uscita del nuovo There will be blood di Paul Thomas Anderson (dopo che la distribuzione si è persa per strada The ballad of Jack and Rose, diretto dalla moglie) e magari questo traguardo ce lo restituirà più presente e costante.
Ma più bravo, no.
Come si fa ad essere più bravi di così?







