Kid A (Radiohead, 2000)

Tagliamo la testa al minotauro: in ambito musicale Kid A è la cosa più importante di questo decennio.
Quale disco, in questo ipercinetico spazio temporale ha creato una tal progenie di proseliti e adepti?
Quale opera musicale ha saputo meglio illustrare le distanze, il vuoto, l’intangibilità di un periodo storico così “astratto”?
E quali canzoni hanno avuto un peso così enorme nell’economia del rock del nuovo millennio?
Album sull’alienazione e, in certo senso, sulla duplicità dell’essere (clonazione? Questo farebbe pensare il tema del “Bambino A”, il nuovo nato, il simbolo dell’uomo del futuro, alla stregua del feto di 2001: Odissea nello spazio… ma anche dei replicanti di Blade Runner o dei pre-cog di Minority Report), si affaccia sugli scaffali proprio nell’anno giusto (2000) con un concept grafico ed un artwork senza precedenti (c’è da rimanerne sconvolti…. basti pensare anche al booklet aggiuntivo nascosto sotto la plastica), sfidando da subito le masse, pronte ad accogliere un “Ok Computer Pt.II”.
Questo è il primo lampo di genio; le note introduttive dell’ipnotica Everything in its right place fanno difatti intendere che quello che segue è tutt’altro.
Coraggioso come pochi altri casi nella storia del rock (mi sovviene Nebraska di Springsteen, fatto uscire quando tutti si aspettavano un’evoluzione di The River o il definitivo salto commerciale, oppure Automatic for the people dei R.E.M., pronto a spiazzare una processione di apostoli in trepida attesa di un nuovo Out of time….o meglio di una nuova Losing my religion – alla faccia delle indecenti e patetiche masturbazioni di Aerosmith, AC/DC e compagine varia, gente pronta solo a sfruttare la chiusura mentale dei propri fan), Kid A nasce in primis per demolire il suo predecessore…
…ed arriva a vette di pura poesia (How to disappear completely e Motion Picture Soundtrack: grazia e commozione), a schizoidi fughe elettroniche apparentemente senza controllo (The national anthem, Idioteque), a perfette esecuzioni a metà tra il classico e lo sperimentale (Morning bell, ma anche il già citato psichedelico pezzo d’apertura).
Tutto è perfettamente equilibrato in queste 10 miracolose e visionarie tracce: lo zenith artistico dei Radiohead, anche superiore all’intoccabile Ok Computer e a quell’altra pietra miliare (The Bends) capace di spazzar via, a colpi di chitarra, l’ondata brit-pop di inizio ’90.
L’anno seguente (2001) sarebbe uscito il complementare (ed ugualmente imprescindibile) Amnesiac, tassello fondamentale per ribadire il ruolo dei Radiohead come faro guida del rock odierno.
Tuttavia è proprio da inseguire nei deliri sonici di Kid A (magari nella title-track, raffigurazione di un’etica espressiva superiore, dove proprietà di linguaggio e potenza evocativa delle immagini vanno esattamente di pari passo) il monolite che ha proiettato la band di Thom Yorke e compagni nella stratosfera.
Capolavoro assoluto.

Tagliamo la testa al minotauro: in ambito musicale Kid A è la cosa più importante di questo decennio.
Quale disco, in questo ipercinetico spazio temporale ha creato una tal progenie di proseliti e adepti?
Quale opera musicale ha saputo meglio illustrare le distanze, il vuoto, l’intangibilità di un periodo storico così “astratto”?
E quali canzoni hanno avuto un peso così enorme nell’economia del rock del nuovo millennio?
Album sull’alienazione e, in certo senso, sulla duplicità dell’essere (clonazione? Questo farebbe pensare il tema del “Bambino A”, il nuovo nato, il simbolo dell’uomo del futuro, alla stregua del feto di 2001: Odissea nello spazio… ma anche dei replicanti di Blade Runner o dei pre-cog di Minority Report), si affaccia sugli scaffali proprio nell’anno giusto (2000) con un concept grafico ed un artwork senza precedenti (c’è da rimanerne sconvolti…. basti pensare anche al booklet aggiuntivo nascosto sotto la plastica), sfidando da subito le masse, pronte ad accogliere un “Ok Computer Pt.II”.
Questo è il primo lampo di genio; le note introduttive dell’ipnotica Everything in its right place fanno difatti intendere che quello che segue è tutt’altro.
Coraggioso come pochi altri casi nella storia del rock (mi sovviene Nebraska di Springsteen, fatto uscire quando tutti si aspettavano un’evoluzione di The River o il definitivo salto commerciale, oppure Automatic for the people dei R.E.M., pronto a spiazzare una processione di apostoli in trepida attesa di un nuovo Out of time….o meglio di una nuova Losing my religion – alla faccia delle indecenti e patetiche masturbazioni di Aerosmith, AC/DC e compagine varia, gente pronta solo a sfruttare la chiusura mentale dei propri fan), Kid A nasce in primis per demolire il suo predecessore…
…ed arriva a vette di pura poesia (How to disappear completely e Motion Picture Soundtrack: grazia e commozione), a schizoidi fughe elettroniche apparentemente senza controllo (The national anthem, Idioteque), a perfette esecuzioni a metà tra il classico e lo sperimentale (Morning bell, ma anche il già citato psichedelico pezzo d’apertura).
Tutto è perfettamente equilibrato in queste 10 miracolose e visionarie tracce: lo zenith artistico dei Radiohead, anche superiore all’intoccabile Ok Computer e a quell’altra pietra miliare (The Bends) capace di spazzar via, a colpi di chitarra, l’ondata brit-pop di inizio ’90.
L’anno seguente (2001) sarebbe uscito il complementare (ed ugualmente imprescindibile) Amnesiac, tassello fondamentale per ribadire il ruolo dei Radiohead come faro guida del rock odierno.
Tuttavia è proprio da inseguire nei deliri sonici di Kid A (magari nella title-track, raffigurazione di un’etica espressiva superiore, dove proprietà di linguaggio e potenza evocativa delle immagini vanno esattamente di pari passo) il monolite che ha proiettato la band di Thom Yorke e compagni nella stratosfera.
Capolavoro assoluto.







