The Departed – Il bene e il male (Martin Scorsese, 2006)
E’ presumibile che Martin Scorsese non torni più sul “luogo del delitto”.Come potrebbe trovare ancora una strada alternativa per raccontare di infiltrati, boss mafiosi, poliziotti corrotti, sangue sulle strade e irraggiungibili redenzioni?
Come Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, The Departed, ultimo lavoro del cineasta newyorchese è, a suo modo, un’opera definitiva; che sancisce con lucido disincanto (l’ineluttabilità degli eventi è direttamente proporzionale al peso della morale dei protagonisti all’interno della storia) la chiusura di una propria (ideale) trilogia gangster avviata nel ’90 con Goodfellas e proseguita nel ’95 con Casinò (dopo la meravigliosa introduzione di 34 anni fa, quel Mean Streets seminale e imprescindibile).
Ma soprattutto che appone la parola “fine” (e qui l’analogia con la pietra miliare di Peckinpah) ad un certo modo di intendere un sottogenere cinematografico che tanti Capolavori ci ha regalato nel corso dei decenni.
Vertiginoso, forsennato e, come sempre, tecnicamente superlativo, The Departed è anche il primo dei gangster-movie di Scorsese privo del suo fido Robert DeNiro; ma è un’assenza impercettibile: il suo vuoto viene strepitosamente colmato da un cast in stato di grazia assoluta, sul quale spicca un martoriato, fragile e perduto DiCaprio (ancora una bella performance per lui, alla faccia di chi continua ad ignorarlo oppure a prenderlo sotto gamba).
Un gioco di specchi e continui rimbalzi (il montaggio come chiave di lettura di una storia), una sovrapposizione di diversi livelli di realtà (il poliziotto sotto copertura e il gangster infiltrato mescolano il bene e il male senza soluzione di continuità) e un senso costante di disorientamento (delitto e castigo si rincorrono senza tregua e il sentore della tragedia rende “pesante” ogni singolo fotogramma) trasformano questo remake (il soggetto è infatti la rilettura di Infernal Affairs, pellicola made in Hong Kong del 2002) in una lezione di regia e di grande virtuosismo estetico unito ad una superiore direzione degli attori e ad una proprietà del linguaggio narrativo che non ha eguali nel panorama contemporaneo.
E’ la solita visione maiuscola e potente di Scorsese, stavolta raffreddata ad hoc per evitare delle (pericolose) identificazioni e poter gustare al meglio sì tanta carne al fuoco; c’è il consueto, radicale legame delle immagini con le musiche… un rapporto che incendia ancor di più l’intensità del racconto.
Il plot, di per sé, si poggia su basi solide (l’abc del poliziesco, mi verrebbe da dire): il viatico di due poliziotti (di due “bravi ragazzi”), Billy Costigan (Leonardo DiCaprio) e Colin Sullivan (Matt Damon), entrambi spie nei “fronti nemici”.
Billy, con trascorsi familiari malavitosi, è alla ricerca di una propria identità e pur di “servire lo Stato” accetta di entrare sotto copertura nella banda del boss locale Frank Costello (un Jack Nicholson che in parte torna ad estremizzare le sue caratterizzazioni dopo un eccellente decennio di interpretazioni sobrie e contenute); Colin, da sempre “figlioccio” di Costello decide di trasformarsi in una talpa dello stesso boss all' interno della Squadra investigativa della polizia di Boston.
Di mezzo, un traffico illegale di microchip e molti personaggi di contorno (ma mai marginali) che donano linfa aggiunta al nucleo sopra citato.
Il resto è pura dinamite, e c’è anche il tempo per delle riuscite allegorie (la caduta del corpo dall’alto, il ratto e la cupola d’oro) e il solito cinico sarcasmo dei film “scorsesiani”.
11 anni separano The Departed dal precedente Capolavoro del suo artefice (quel Casinò ancor più intenso e turbinoso di questo noir metropolitano), ma l’attesa è stata ben ripagata.
Il Re è tornato.







